Cinque uomini, un diario al di là della scena, di Cosimo Terlizzi

Raccoglie le riprese con cui Antonio Buil nel 2008 testimoniò il lavoro della Compagnie du Passage e le rimonta per farne un film totalmente personale. Concorso Documentari Italiani.

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“Non sono bravo a filmare e ancora meno a parlare davanti all’obiettivo, ma ho deciso di fare un diario della tournée per registrare i sentimenti e i dubbi al di là della scena”, afferma l’attore Antonio Buil dopo essersi presentato. Cinque uomini, un diario al di là della scena di Cosimo Terlizzi raccoglie le riprese con cui quell’interprete nel 2008 testimoniò il lavoro della Compagnie du Passage, e dei suoi amici-colleghi Dorin, Abder, Baubacar e Bartek, e le rimonta per farne un film totalmente personale. Sì perché tramite la selezione di quello straordinario materiale grezzo, il regista e artista visivo pugliese esplora ciò che più interessa lui e meglio può dialogare con qualcuno poco avvezzo all’attività dietro le quinte. La voice over dell’attore che parla in prima persona è stata scritta a posteriori dall’autore proprio con l’intenzione di canalizzare questa urgenza. I passaggi fondamentali del percorso del gruppo, i viaggi in auto, l’attesa di entrare in scena, le inquietudini, le risate, le paure. Tutto ciò che di più umano c’era nel vortice di immagini l’autore ha voluto raccoglierlo e regalarlo a noi che altrimenti vi ci sarebbe persi. In questo documentario c’è un arco narrativo che intreccia le esistenze irrimediabilmente parallele di cinque uomini, operai del palcoscenico, poeti del quotidiano.

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Un’opera sensazionale sull’ordinarietà della figura dell’artista. E in questo senso intimo l’elemento più forte è sicuramente il camerino come spazio di condivisione, dove le maschere vengono rimosse. Un “terzo luogo” viene definito nella pellicola, né privato né pubblico, inaspettatamente intimo, occupato per momenti che possono diventare emotivamente intensi e fisicamente provanti. In particolare colpisce l’ironica tensione con cui i cinque osservano di nascosto la platea riempirsi: “Quanti saranno?” oppure “Perché quella sta uscendo?”. Come in una sorta di arena dove i paganti sono un toro da domare con l’arte. È stata quindi scritta una drammaturgia a posteriori partendo da ciò che sembrava suggestivo tenere, aggiungendo un nuovo tassello ad un percorso sulla fragile bellezza dell’umano tramite l’autoracconto. L’esperimento sembra riuscito poiché risulta incidentale che le immagini le abbiano registrate altri, addirittura dodici anni prima. Come nei precedenti progetti, da Folder a Dentro di te c’è la terra, la voce che si impegna a mettere ordine nel caos della vita è ancora quella curiosa e spiazzante di Cosimo Terlizzi.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
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