Corpo a corpo, di Maria Iovine

Sa entrare con discrezione e autenticità nel mondo della diversità fisica ragiona sulla necessità dello sport come disciplina che apre alla conoscenza di sé stessi. Alice nella Città

Veronica Yoko Plebani è una ragazza di 25 anni, un’atleta, una studentessa alle soglie della laurea in scienze politiche. Vive il suo tempo segnato dalle amicizie e dagli allenamenti, dalle solite incertezze che la vita giovanile suggerisce. Vive anche il suo corpo segnato indelebilmente da una meningite batterica che a 15 anni l’ha colpita scolpendo il suo corpo secondo altre forme, altre modalità rispetto a quelle consuete. Il suo corpo per funzionare correttamente, sottoposto com’è alle sollecitazioni dello sport, ha bisogno delle apposite protesi che restituiscono funzionalità alla struttura fisica danneggiata. Veronica è un’atleta paraolimpica di Triathlon, la multidisciplina sportiva che prevede lo svolgimento di un’unica gara nella quale l’atleta dovrà affrontare in sequenza le prove di nuoto, di ciclismo e di corsa. Nel 2020 avrebbe dovuto partecipare alle Paralimpiadi di Tokio rinviate poi al 2021. Maria Iovine segue con attenzione e affetto la sua giovane protagonista, scrutando il corpo di Veronica che diventa strumento duttile della sua esistenza, sottoposto agli stimoli degli allenamenti continui ed estenuanti, ma necessari, ma anche all’esibizione senza veli per servizi fotografici che riflettono sulle possibili alternative della perfezione da leggersi secondo altri e differenti canoni.

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La regista sa imprimere al suo film un generale tono di leggerezza e di fluidità al racconto, che dai momenti più intimi, in cui le immagini colgono Veronica nella sua dimensione più privata, alle fasi degli allenamenti o delle sue relazioni con gli amici. Si esclude ogni compiacimento e soprattutto ogni commiserazione di sé stessi. Corpo a corpo sa entrare con discrezione e autenticità nel mondo della diversità fisica, esaltando la bellezza come canone modulabile e mai da leggere secondo la rigidità convenzionale. La pratica sportiva si rivela ancora una volta come aspirazione a quel necessario equilibrio tra mente e il corpo, tra razionalità e istinto. Per questo Corpo a corpo sa essere un film che di nuovo ragiona sulla necessità dello sport come disciplina che apre alla conoscenza di sé stessi, del proprio corpo e della propria mente, senza che pesi la forma, la canonica necessità della prestanza, che non dipende dal concetto corrente di perfezione fisica, ma piuttosto dal funzionamento di quell’indispensabile equilibrio. Veronica rappresenta tutto questo e la sua vicenda vive, come per tutti, senza differenze, in quel perimetro disegnato dai limiti e dalle ambizioni.

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Un lavoro che residua nelle immagini del film come istintivo, senza sovrastrutture, condotto secondo una linearità mai ricercata, ma che, invece, è un pensiero sedimentato che con chiarezza può essere esposto senza le occlusioni della convenzionalità, così come Veronica mostra le sue cicatrici, le sue debolezze fisiche, ma anche la sua determinazione giovanile per nulla scalfita dalla malattia e dai segni che le ha lasciato. Veronica diventa così rappresentazione vivente di una profonda emancipazione, di quella che non conosce barriere di genere, che sfida ogni convenzione e vince su ogni disagio che si trasforma in nuova occasione, in bellezza alternativa, in fatica uguale e diversa per l’affermazione. La giovane protagonista del film conta sulla sua innata determinazione, quella stessa che le ha consentito, alla Paralimpiadi di Tokio, finalmente svoltesi dopo il peggio della crisi pandemica, di conquistare quella medaglia di bronzo che segna il raggiungimento di un altro traguardo dopo quello della riconquista della su stessa vita.

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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