David di Donatello 2020 – L’ultimo spettacolo

Ci sono davvero tante cose da dire sulla serata di premiazione di ieri sera, andata in onda in diretta nazionale in uno studio vuoto con un solo presentatore, una voce maschile dalla regia e una parte dei candidati e dei vincitori in diretta streaming dalle loro case. Il trionfo de Il traditore di Marco Bellocchio, rende merito a uno dei più importanti cineasti nella storia del cinema italiano per troppi anni assente dai palmarés nazionali. Bellocchio vince con il suo film produttivamente più impegnativo e più amato dal pubblico. È un riconoscimento che innanzitutto attesta la duttilità del regista italiano, la sua capacità di mettersi in gioco con progetti sempre differenti, capaci costantemente di dialogare con il suo inconscio autoriale e con l’immaginario culturale del Paese. A 80 anni Bellocchio è un cineasta ancora “giovane” e costantemente proiettato verso il futuro – una parola che usa spesso e che è ritornata anche ieri nelle sue dichiarazioni da casa, dove ha potuto festeggiare insieme alla compagna/montatrice Francesca Calvelli, premiata anch’essa con la statuetta.

Tralasciando l’ormai collaudata idiosincrasia tra i David e Luca Guadagnino – e forse comincia a essercene una anche con Claudio Giovannesi che in due edizioni e due ottimi film come Fiore e La paranza dei bambini non ha portato a casa alcun premio o quasi –  è necessario riflettere su alcune categorie che continuano a portarsi dietro ambiguità. Prima fra tutte quella del miglior documentario, sempre più monopolizzata da prodotti biografici e/o sul cinema in generale. Una selezione che nonostante il riconoscimento a Selfie – e la candidatura del fuoriclasse Franco Maresco (La mafia non è più quella di una volta) – sembra prediligere eccessivamente un certo tipo di documentarismo, trascurando altri percorsi tracciati da interessanti filmaker indipendenti invisibili nei circuiti “ufficiali”, ma costantemente selezionati nei principali festival nazionali e internazionali.

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Anche il premio al miglior film straniero assegnato in anticipo al premio Oscar Parasite – lo scorso anno vinse Roma di Cuaròn, l’anno prima Dunkirk – inizia ad assecondare un gusto forse troppo mainstream, vagamente automatizzato. Mentre il riconoscimento all’esordiente Phaim Bhuiyan di Bangla, rilancia ancora una volta il periferia movie come sotto-genere prediletto dell’ultimo decennio.

Da un punto di vista “spirituale” e televisivo è stata inevitabilmente un’edizione contraddistinta dal contesto attuale. Dopo cinquanta giorni di quarantena nazionale la premiazione del cinema italiano prodotto e distribuito nel 2019 si è incastrata, quasi simbolicamente, con i primi giorni di timida riapertura, dentro una fase due ancora indecifrabile per le vite individuali dei cittadini e per le prospettive di una industria artistica e culturale messa in ginocchio dalle misure intraprese per fronteggiare l’emergenza sanitaria. Il coro di tutti gli intervenuti è stato quello di ricordare gli operatori e i tecnici del mondo dello spettacolo non tutelati. È apparso doveroso ribadire che il cinema è un lavoro di equipe fatto da assistenti, artigiani, figuranti, costumisti, scenografi, tecnici del suono e direttori della fotografia, così come altrettanto paradossale è stato assistere all’assenza dei loro volti e delle loro parole al momento delle premiazioni.

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Le istituzioni erano presenti. Il presidente della repubblica Sergio Mattarella ha scritto un messaggio in cui, recuperando l’ormai familiare parallelismo tra i giorni che stiamo vivendo e quelli del secondo dopoguerra, ha auspicato un ritorno dell’arte cinematografica italiana “come ai tempi del Neorealismo”. Il ministro della cultura Dario Franceschini, in smoking dopo aver visto che lo indossava Roberto Benigni (sic!), ha indicato l’estate e le arene all’aperto come prime tappe per una ripresa delle proiezioni in pubblico e sottolineato l’enorme ritorno alla creatività e all’interesse verso la cultura che i giorni di lockdown sembrerebbero aver manifestato.

La sensazione è che si è assistito all’ultimo spettacolo di un mondo cinematografico pre-Covid-19 che sembra già appartenere al passato. Tutti i film e gli autori in gara (ma anche i votanti dell’Accademia) hanno giocato una partita con delle regole produttive e distributive la cui sopravvivenza non è affatto scontata, almeno per le prossime stagioni. Il domani è un’immagine bianca come i fondali in cui ieri erano disposti interpreti e autori dalle loro postazioni streaming. Da questo punto di vista sarà interessante vedere cosa succederà tra un anno, chi, come e quando verrà candidato. E soprattutto cosa racconteranno i film italiani che verranno…

L’elenco completo dei premi

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