DEI – Incontro con Cosimo Terlizzi

«Nel film c’è tutta la mia adolescenza, mio padre, la fuga dalla provincia. Ma è tutto sublimato, filtrato. La realtà era molto peggio». Con questa battuta Cosimo Terlizzi commenta il suo esordio nel cinema di finzione, Dei, presentato a Milano in occasione della prima edizione di Aquerò – Lo spirito del cinema.
Un’opera che perciò affianca suggestioni autobiografiche all’urgenza di esplorare nuove frontiere espressive, rappresentate dal cinema di produzione industriale. La semplice storia di iniziazione di Martino, il quale ogni giorno raggiunge Bari per frequentare l’università di nascosto e presto lega con un gruppo di giovani musicisti, diventa così materia di intensa indagine autoriale. Terlizzi è infatti artista e fotografo che dagli anni Novanta riflette sulle potenzialità del mezzo audiovisivo con interesse costante ed entusiasmo persino crescente. Ultimamente si è interessato in particolare del rapporto conflittuale con la terra, quel ritorno alle radici che ormai non può che avvenire traumaticamente. Oggi è importante riconoscere il disastro causato dall’illusione della supremazia, prendendo coscienza del sacro che permea tutte le cose. Lo sdoppiamento si rivela chiaramente nel concetto classico di divinità, intesa come entità che personifica l’elemento naturale.

«Ma poi alla fine è proprio la terra il corpo del mito», spiega il regista. E l’uomo deve ricordare di essere un tutt’uno con gli altri elementi della natura, coi quali forma «il corpo unico del mondo». La fuga dalla campagna per rifugiarsi in città sempre meno armoniche, perché esclusivamente artificiali, sembra appunto il tradimento di una madre che ci fornisce tutto ciò di cui abbiamo bisogno ma di cui finiamo col sentire l’opprimente abbraccio. La cara vecchia questione dello hybris, di un atto disonesto nei confronti di qualcosa che è parte di noi pur non appartenendoci affatto. E mentre le lezioni di storia dell’arte a cui partecipa il protagonista insistono sul necessario equilibrio di apollineo e dionisiaco, ordine e caos, nella ricerca della bellezza, la pellicola restituisce l’archetipo del doppio nel ripetersi di alcune immagini fondamentali. La sequenza dell’incubo, per esempio, lo vede tornare nel campo in cui ha ritrovato il cane disperso e rientrare nell’albero cavo dove è nascosto un agnello bianco, quasi a conferma dell’intuizione carrolliana.
La seconda parte del film è in effetti un viaggio dai tratti parzialmente onirici, seguente alle scorribande cittadine con i nuovi amici e sovrapposto alla convivenza con una famiglia che non può più comprenderlo. Terlizzi osserva il ragazzo da abbastanza vicino per inquadrarne l’inquietudine, con tocco garbato e leggero, senza che mai si sentano i due anni di scrittura insieme a Jean Elia. Nel finale viene posto Martino di fronte a una scelta ma, si domanda il regista, «bisogna rinunciare alla terra per emanciparsi?».
Il film è realizzato dalla Buena Onda di Riccardo Scamarcio, Valeria Golino e Viola Prestieri e prosegue una collaborazione iniziata con il documentario L’uomo doppio (2012), mentre le musiche sono affidate all’amico storico Christian Rainer, anch’egli artista curioso e multiforme.