DOCUMENTARIO – Cinema del reale: il cinema come splendido riciclaggio

marco bertozzi
Il documentario è un luogo aperto dove le immagini vengono sottoposte ad una serie di feconde interrogazioni. Attraverso la loro ripresentazione, il loro riciclaggio. Con il loro riuso il metodo attraverso il quale il cinema si ricrea e al tempo stesso interroga se stesso (e noi come spettatori)

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marco bertozziParlare di documentario significa sempre meno parlare di un genere, di un formato, di una tipologia di “prodotto audiovisivo” (le virgolette sono d’obbligo per una espressione così fredda). Sempre più  invece, il documentario è uno spazio, un luogo da ritrovare, un luogo aperto dove le immagini vengono sottoposte ad una serie di feconde interrogazioni. Ma come interrogare un’immagine, senza sottoporla ad un processo di astrazione, di negazione, senza trasformarla in un “oggetto”, forse un po’ freddo, distante? È la magnifica ossessione della critica, o in generale di ogni scrittura che nasce dal rapporto di un soggetto con le “proprie” immagini.

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Una risposta, e tra le più potenti e diffuse del cinema del reale del secondo novecento è quella che in fondo lo stesso Godard di Histoire(s) du cinéma indica come l’unica possibile. Le immagini sono interrogate attraverso il loro uso, la loro ripresentazione, il loro riciclaggio. Come gli stracci benjaminiani, come il linguaggio wittgensteiniano, è il riuso, il rimettere in circolo, il riciclare (e dunque far rivivere, creare di nuovo) le immagini, il metodo attraverso il quale il cinema si ricrea e al tempo stesso interroga se stesso (e noi come spettatori). Si tratta di trovare delle immagini e fare cinema con esse: ecco il found footage cinema.

 

Sono riflessioni che sorgono dalla lettura di un testo stimolante (proprio perché pur nella sua specificità – appunto il found footage film – si pone come strumento attraverso il quale interrogare criticamente tutto il cinema contemporaneo), Recycled cinema. Immagini perdute, visioni ritrovate (Marsilio, Venezia 2013) di Marco Bertozzi, regista documentarista studioso con la passione dell’archivio e delle immagini che con il suo testo colma una lacuna importante nella riflessione teorica sull’immagine contemporanea. Pensare l’immagine come frammento fragile, che può bruciare fisicamente e nella memoria, perdersi e ritrovarsi nell’improvviso ritorno in una nuova concatenazione di montaggio. è questo uno dei poteri del cinema una delle sue potenze che il libro di Bertozzi attraversa con una passione di scrittura e di ricerca non comuni. Ecco che allora il Novecento si apre ad una nuova storia – che, ormai lo sappiamo, non è più e forse non può più essere una storia lineare, cronologica – fatta di interruzioni e riprese o, come diceva Agamben, di arresto e ripetizione.

 

godard histoire(s) du cinemaDa Debord a Godard, passando per le grandi esperienze del cinema italiano (Gioli, Grifi, Roberto Nanni, Gianikian e Ricci Lucchi) fino alle teorie che si dispiegano nei film di Marker, Cécile Fontaine, Forgács, Farocki; riprendere queste immagini a loro volta riprese, rimontate, ripensate, significa mostrare appunto la potenza teorica ed estetica del cinema, e il principio del montaggio come principio di pensiero. Si tratta allora di attraversare queste immagini pensando all’uso che il cinema di finzione ne ha fatto negli ultimi anni, impadronendosi, in un certo senso, del loro potere (e al tempo stesso, cambiandone, ancora una volta, il senso). È particolare il fatto che l’immagine “ritrovata” diventi, nel cinema mainstream o nel circuito del nuovo cinema narrativo, strumento dell’orrore (Blair Witch Project, Rec, Cloverfield, fino al recente The Lost Dinosaurs), quasi a sancire uno spazio di inquietudine che la narrazione cinematografica lascia emergere dal “ritorne di un rimosso”, di una immagine che non passa, ma che ostinatamente ritorna. In questi film, il found footage è il luogo dello svelamento di un orrore, di una catastrofe annunciata o già avvenuta e il suo uso diventa horror proprio nel momento in cui prende con sé l’idea che ne sta alla base, il gesto che lo rende possibile, il fatto cioè che quelle immagini siano pura soggettiva (per quanto ricostruita). E la soggettiva è spesso, nel cinema, la forma dell’inquietudine.

 

Se il cinema narrativo (adottiamo temporaneamente questa definizione, senza accettarla del tutto naturalmente) riscopre il found footage come forma perturbante, gli autori che attraversano il testo di Bertozzi sono invece caratterizzati da un’altra prospettiva, quella che permette di pensare l’immagine (ogni immagine), come un frammento al tempo stesso fragile e prezioso, potenzialmente capace, come ogni straccio, di illuminare anche solo per un breve attimo il mondo. È un altro modo di declinare, allora, la parola “documentario”.

 

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