Donald Trump’s The Art of the Deal: The Movie, di Jeremy Konner

In una lunga campagna elettorale, com’è stata quella appena conclusa delle presidenziali americane, oltre ai programmi politici e ai presunti scandali, sui media trovano grandi spazi anche i tentativi di umanizzare i candidati. Ecco dunque pubblicate le liste dei loro film preferiti, dei piatti che amano, delle squadre che tifano. Nella diatriba Clinton-Trump, però, ha suscitato curiosità la siderale differenza delle liste di libri consigliati dai due aspiranti candidati. Se l’elenco di Hillary era composto di volumi come Il colore viola e L’amica geniale di Elena Ferrante, quello di The Donald è decisamente più limitato e personalizzato, visto che Trump ha indicato come libro preferito, dopo la Bibbia, il suo The Art of Deal, l’arte del compromesso. Il libro a metà tra l’autobiografia e il manuale di auto-aiuto, è stato al centro di diverse polemiche, poiché il suo co-autore Tony Schwartz ha, allo stesso tempo, rivendicato e ripudiato l’esclusiva paternità dell’opera (“oggi quel libro lo intitolerei Il sociopatico”). Considerato da Trump il proprio capolavoro, The Art of the Deal ha avuto un surreale adattamento “cinematografico” pensato da Adam McKay e realizzato dalla factory di Funny or Die.

The Art of the Deal, pur ostentando la propria natura parodistica, ha, forse inconsapevolmente, raggiunto una dimensione diversa dalla semplice narrazione comica. A differenza delle gag in costume del Saturday Night Live, il lavoro della Funny or Die è un ritratto estremamente riuscito del personaggio Trump. Volgare, arrogante, sempre pronto a sputare l’offesa peggiore e a usare lo stereotipo razziale più comodo, Donald è un uomo convinto di essere superiore alla media, un vincente baciato dalla fortuna, un redivivo Re Sole. Trump trova una degna “imitazione” nella performance di Johnny Depp, mai cosi credibile e efficace da diversi anni a questa parte. the-art-of-the-dealAl di là del trucco ridicolo e della parrucca, Depp affronta Trump non come Alec Baldwin o Jimmy Fallon, ma interpretandolo realmente, come se fosse in biopic diretto da Oliver Stone (un’anticipazione fortunosa di un prossimo progetto?). Il Trump di Depp si erge con ferocia e spregiudicatezza tra i suoi collaboratori e familiari, interpretati con ridicola condiscendenza da un cast variegato che va da Alfred Molina al comedian inglese Stephen Merchant, come lo stesso Donald si è distinto tra gli incolori e stanchi competitor delle primarie repubblicane. Anche il collaudato meccanismo narrativo, favorisce l’involontario omaggio. Ron Howard che scopre la vecchia vhs del film perduto, e il conseguente recupero del formato (come No di Larrain, The Art of the Deal è girato come se fosse un video-tape) sono elementi che trasformano Trump, in un personaggio eterno e immutabile, figlio dell’edonismo reaganiano e della New York vintage di Ed Koch. Il vincente, autoritario e sempre utile, prodotto di plastica dell’American Dream, che nella sua maleducazione e violenza trasmette un’umana e rassicurante sicurezza.

Guardare l’operazione di Funny or Die dopo l’affermazione nazionale di DJT è illuminante anche per un altro aspetto decisivo. Il film, infatti, è attraversato costantemente da un’irriverente voglia di ridicolizzare Trump, da una deliberata e accalorata ostinazione di sottostimare le sue possibilità di successo, convinti che no, il buffone non vincerà mai. E’ tutta qui, forse, l’immagine di uno scollamento definito fra i liberals e il popolo, tra l’establishment culturale e l’America vera e propria. Il progetto The Art of the Deal diventa, cosi, la sintesi più disarmante di una classe culturale che si accontenta di ridicolizzare il nemico,  per non affrontarlo veramente. Nel film, in una scena del finale, con un viaggio nel tempo Trump riceve la visita della sua versione del futuro, ovviamente Presidente degli Stati Uniti, pronto a un briefing con il suo ministro Carmen Electra. Probabilmente, nella realizzazione del loro peggior incubo, McKay e company, ora si aspetteranno davvero di ritrovarsi come Segretario degli Interni la Electra. O peggio ancora Sarah Palin.