El gran movimiento, di Kiro Russo

Visionario e febbrile, ricco di un fascino misterioso e quasi segreto coltivato in una oscura intimità. Orizzonti

Se Valparaiso di Joris Ivens si muove in una verticalità connaturata all’orografia della città, El gran movimiento, il film di Kiko Russo attraversa, con uno sguardo orizzontale La Paz scoprendo, dentro ad una città di mattoni e di infinite favelas, una metropoli fatta di vite invisibili e disperate, di misteriosi riti di guarigione che sembrano radicare i luoghi alle remote tradizioni di quelle alture. El gran movimiento, nella sezione Orizzonti, è un lavoro molto complesso che si fonda su una solida e articolata struttura e se il suo incipit è quello di un film documentario sulla marcia dei disoccupati che raggiungono la città capitale della Bolivia per chiedere lavoro è anche vero che prosegue in bilico tra fiction e non fiction e mutando ancora la sua natura diventa un insolito horror cittadino tra suggestioni sciamaniche e povertà degli ultimi. Kiro Russo, talentuoso regista boliviano già autore di Nueva vida segnalato a Locarno nel 2015 con una menzione speciale, ha dedicato alla sua La Paz questa sinfonia visiva, come egli stesso la definisce. Russo osserva la sua metropoli entrando nel suo tessuto urbano e le sue focali potenti sgranano l’immagine, ma sanno restituire gli effetti di una partecipazione che non cambia se il suo sguardo segue la contestazione dei minatori disoccupati che hanno partecipato alla marcia degli Huanuni o quella più personale di Elder giunto come altri nella città dopo la contestazione e disposto a tutto pur di lavorare, ma impedito dal suo precario stato di salute che lo esclude dal lavoro che con fatica aveva trovato. Elder è un personaggio già familiare per Russo essendo stato già protagonista di Viejo Calavera suo primo lungometraggio e ancora una volta a dargli volto è Julio César Ticona.
El gran movimiento è fatto di quel cinema puro che sa farsi multiforme e trasversale attraversando con uno sguardo sempre diretto e inatteso l’aspra consistenza di questa città che sembra dominare, con i suoi oltre 3600 metri di altitudine, ogni altro orizzonte che si stenda al di là dei suoi confini. Un film che si nutre di un realismo crudo dentro il quale a volte Russo indugia, ma il film sa istituire un dialogo serrato e dialettico con i luoghi, lavora sulla materia disponibile modellando la sua consistenza e trasformando il suo film in cinema visionario e febbrile, ricco di un fascino misterioso e quasi segreto coltivato in una oscura intimità.
Non vi è dubbio che Russo abbia voluto girare un film definitivo sulla sua città, sui suoi abitanti e sulle vite marginali che si muovono tra periferia e campagna, denso di una lirica insolita, brusca e per nulla conciliante, si adatta perfettamente al clima umano di La Paz, una grande città, che esprime il grande movimento di una metropoli povera, sempre impetuoso e perfino spaventoso, se non infernale.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.6

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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Il voto dei lettori
4 (2 voti)
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