FESTIVAL DI ROMA 2013 – Incontro con Tayfun Pirselimoglu e il cast di “I am not him”

Tayfun PirselimogluIl tema del doppio e dell’identità, esplorati con grande rigore dallo sguardo ricercato e contemplativo di Tayfun Pirselimoglu, regista e scrittore turco. Accompagnato dai protagonisti del film, Maryam Zaree e l’ottimo Eran Kesal, l’autore di I am not him racconta alla stampa la sua ultima opera, in concorso all’ottava edizione del festival romano
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Il protagonista di I am not him vive un processo di identificazione nel ruolo di un altro, perché? Da cosa nasce la volontà di affrontare il problema dell’identità?
Tayfun Pirselimoglu – Quello dell’identità è un problema che ritorna spesso nel mio lavoro, non sono nel mio lavoro da regista, ma anche in quello scrittore. E’ dunque un tema ricorrente. Sono particolarmente attratto dal processo che porta una persona a diventarne un’altra persona. La cosa che trovo più più interessante è che in questo film non c’è un vero motivo che spinge il mio protagonista a diventare un altro. Quello che c’è, è unicamente il bisogno di uscire dalla propria vita. Tutto I am not him ruota intorno a questo. C’è poi da dire che il problema identità è particolarmente sentito e bruciante nel mio paese. In Turchia c’è un problema d’identità nella politica, nella religione. Si tratta alla fine di una problematica dai connotati filosofici, credo infatti si tratti di un problema principalmente filosofico, sia quando si viene trattati per quello che non si è, sia quando si desidera di diventare altro da sé. Trovo molto importante e interessante interrogarmi su questo problema.

Il suo stile è richiama quello di Aki Kaurismaki, il film ne è in qualche modo debitore?

Tayfun Pirselimoglu – Amo il cinema di Kaurismaki, ma in questo film, come anche nei miei precedenti lavori, non ritengo di esser stato influenzato dal suo stile.
 
Come ti sei approcciata a I am not him e al personaggio doppio che interpreti?
Maryam Zaree – Una volta letta la sceneggiatura, mi sono chiesta se i due personaggi che interpreto sono davvero diversi. E non sapendo che strada intraprendere mi sono rivolta a Tayfun Pirselimoglu. Ma lui non mi ha dato una risposta, semplicemente mi ha detto che non lo sapeva. Così l’ho dovuto scoprire da sola. Credo che il lavoro dell’attore voglia dire anche imparare ad esser molteplici e trovare questa molteplicità all’interno dello stesso film rappresenta una sfida molto interessante.

Come hai affrontato lo straniamento che vive il tuo personaggio?
Eran Kesal – E’ il regista che fa venire fuori i personaggi che l’attore porta nascosti dentro di sé. Le diverse identità raccontate in questo film non sono altro che identità che porto dentro di me. Semplicemente, mi sono abbandonato al processo di cambiamento che vive il mio personaggio.

Il desiderio di voler uscire dalla propria vita fa pensare a Professione reporter..
Tayfun Pirselimoglu – Conosco Professione reporter, è un film che amo. Antonioni è uno dei miei registi preferiti. Ma l’angolatura di Professione reporter è diversa dalla mia.

Il cinema turco affronta spesso il tema della prigionia. Perché?
Tayfun Pirselimoglu -. Semplicemente perchè rispecchia la situazione e la storia della Turchia, il nostro è un paese carico di sofferenza. Personalmente ho avuto anche io diversi problemi con il mio primo film, che cercarono di vietare. Questo non è altro che un volto della Turchia e quindi anche del cinema turco.
 
I personaggi del film cercano di entrare in altre vite. Ma tutte le vite possibile si vivono in maniera circolare. I am not him racconta una predestinazione malvagia o c’è una speranza?
Tayfun Pirselimoglu -. Non posso dire di essere un ottimista. Credo profondamente nella circolarità della vita, alla fine si ritorna sempre al punto di partenza, anche se abbiamo nuove impressioni e nuovi punti vista. Se questo può definirsi pessimismo, allora io sono un pessimista. La storia inizia come finisce. E’ questo il mio sguardo sulla vita.

 

Un commento

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    Un film dove regna il silenzio per stimolare il pensiero e ricostruire la storia narrata con immagini di vita reale che alla fine ripercorrono al contrario la trama.Acuto autentico sottile il messaggio di rivedere tutto e scegliere. Gli stereotipi sono banalizzati ma mostrati come dei segnali stradali che inevitabilmente sdoppiano e moltiplicano all'infinito la meta intangibile di questo percorso.Oltre il confine geopolitico si ritrova quello interiore con e senza emozioni perche' per gran parte dipende dal caso.Uno sliding doors raffinato che premia l'attenzione e la decifrazione del valore non rapportato al denaro ma all'identita' vera non apparente