FILM IN TV – Gloria – Una notte d’estate, di John Cassavetes

Noir e anti-noir, narrativo e intimista, veloce e sospeso, finzione hollywoodiana e autobiografia. Leone d’Oro al Festival di Venezia. Venerdì 1° luglio, ore 21, Sky Classics

“Guarda nello specchio, sono Bogart per te?” chiede Gena Rowlands al “regista” Ben Gazzara in La sera della prima, il film più bergmaniano di John Cassavetes. La risposta arriva tre anni dopo con l’opera più apparentemente convenzionale del regista indipendente di origini greche: in Gloria. Una notte d’estate Gena Rowlands incarna – impermeabile e sigaretta alla Bogart e durezza sensuale alla Dietrich  – il platinato personaggio dell’ ex donna di un boss catapultata, per caso e contro voglia, nel ruolo di madre per difendere un bambino dalla banda che ha ne sterminato la famiglia. Scelta che smentisce la decisione di Cassavetes, subito dopo Una moglie, di non lavorare più con la Rowlands, moglie del regista e volto chiave della factory cassavetesiana (“Non faremo più un film insieme. Non ti rendi conto di quanto sei stata influenzata dalla parte”).

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gena rowlands gloriaE’ solo una delle ambivalenze che attraversano Gloria facendosi cifra d’autore. La prima riguarda la scelta del genere: Cassavetes ritorna infatti, a quattro anni di distanza da L’Assassinio di un allibratore cinese, sul gangster movie e finisce per costruire una storia che – malgrado gli stereotipi – è insieme noir e anti-noir, narrativa e intimista, veloce e sospesa, finzione hollywoodiana e autobiografia. A cominciare dalla figura del gangster: dichiaratamente percepita come persona “noiosa” di un genere di “puro intrattenimento” ma anche consulente reale per la scena in cui la Rowlands entra e fugge dall’appartamento del boss (il gangster a cui Gloria spara era un killer professionista a cui Cassavetes permise di dire la sua per la credibilità della rappresentazione). Altre contraddizioni riguardano la discrasia tra i motivi meramente economici che spingono il regista a scrivere il film per la Columbia (è il budget più alto ottenuto da Cassavetes), e quindi a liquidarlo come “roba con una sceneggiatura da televisione”,  e l’ostinata ricerca  dell’uscita in sala (quasi un anno dopo la fine della post-produzione). O la distanza, più consueta, tra la mitologia dell’ improvvisazione (vera quasi esclusivamente per il lavoro – in regime di psicodramma – sugli attori) e la realtà di uno scrittore compulsivo e perfezionista che solo per Gloria sforna cinque sceneggiature.

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gloria una notte d'estateE’ nel cuore di queste ambiguità che troviamo quell’aderenza dei personaggi alla vita e ai sentimenti veri del corpo attoriale che è la quintessenza della ricerca cassavetesiana. Anima e corpo di donna anzitutto se, nonostante i lunghi inseguimenti e le tachicardie dell’azione, il centro del mondo (New York volutamente anti-alleniana e di “quartiere”) resta Gloria. Una Rowlands con il complesso della maternità inadeguata, che sembra ereditare direttamente da Mabel di Una moglie,  e l’iconoclastica ostinazione a restare se stessi che caratterizza gli alter ego maschili di Cassavetes a cominciare da Cosmo de L’assassinio di un allibratore cinese. Senza tuttavia quegli aspetti donchisciotteschi che davano a Cosmo la dimensione più umana del perdente e la cui assenza avrebbe rischiato di appiattire Gloria sulla maschera della virago, se non fosse per la “pazzia” (vera al punto di far pronunciare Cassavetes sull’esclusione futura della moglie dai suoi film) che preserva Mabel come Gloria dal conformismo dei ruoli sociali. Accanto a Gloria (parte che avrebbe dovuto essere di Barbra Streisand che rifiutò), l’esordiente John Adames: il piccolo portoricano permette a Cassavetes di tornare al tema delle relazioni interetniche, prediletto sin da Ombre. E di introdurre – in una di quelle pause del racconto che ribaltano i meccanismi di genere virando all’interiorità – una delle confessioni più autobiografiche dell’autore: durante una fuga per le scale la donna, di fronte alla riluttanza del bambino a seguirla, si accovaccia per alcuni istanti con lui sui gradini. “Tu non sei un uomo – gli dice – non capisci niente, non ascolti”. Oltre l’immediato rimando alla stessa relazione coniugale tra la Rowlands e il regista, analoghe parole rivolgeva ai suoi giovani studenti di recitazione il professore preferito del recalcitrante allievo Cassavetes. “Sotto influenza” della morte del padre durante la fase finale delle riprese, invece, la parte cimiteriale del film. Mentre è un omaggio alla passione sportiva della giovinezza l’inquadratura iniziale dello Yenkee Studium. Quanto al lieto fine, esprime – oltre le più ovvie ragioni commerciali – il bisogno di speranza di un autore che non amava le scene di violenza (la strage familiare dell’incipit non la vediamo, ne udiamo la deflagrazione). Finale che nell’originale era in bianco e nero per un caso che, in quanto tale, è materia cassavetesiana, ennesima e genialmente ironica, a partire dall’ingresso in scena di Gloria nel destino della famiglia (altro “chiodo” d’autore) che le cambierà la vita: “Ho finito il caffè.”. La versione a colori è una decisione della Columbia ed è anche l’unica imposizione al regista che solo formalmente non ebbe il final cut.

Leone d’oro a Venezia, ex equo con Atlantic City, Gloria sarà fonte di ispirazione per il bel film di Besson, Léon, nel 1994, e oggetto di uno scialbo remake con Sharon Stone nel 1999 diretto da Sidney Lumet. Quanto alla Rowlands, il film di Cassavetes più favorevolmente accolto dalla critica e più distribuito, le portò una nomination come migliore attrice protagonista, ma non il podio. Bogart appeal a prescindere.

Titolo originale: Gloria

Regia: John Cassavetes

Interpreti: Gena Rowlands, John Adames, Buck Henry, Julie Carmen

Origine: Usa 1980

Durata: 117′

Genere: drammatico

Venerdì 1° luglio, ore 21.00, Sky Classics

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