FILM IN TV – I magnifici sette, di John Sturges

Sulle note della leggendaria musica di Elmer Bernstein, John Sturges firma una delle sue opere più compiute, colorando il western di frontiera con venature autoironiche ed eroismi tardo-romantici. Il modello di ispirazione dichiarato sono I Sette Samurai di Akira Kurosawa ma a parte l'intreccio narrativo, lo sviluppo del'ambientazione e le psicologie dei vari personaggi sono differenti. John Sturges (già autore dell'apprezzabile Sfida all'OK Corral del 1957) punta tutto sul montaggio e al ritmo della incalzante colonna sonora, accelera le scene d'azione rendendole dinamiche. L'effetto è quello di catturare l'attenzione dello spettatore che viaggia dal centro alla periferia degli avvenimenti con sbalzi temporali e ribaltamento delle situazioni. Paradigmatiche sono le scene delle sparatorie, in cui vi è un largo uso della cinepresa multipla (si arriva fino a sette cineprese, ognuna per pistolero) che permette al regista di ricreare al montaggio una particolare fluidità del movimento. Altro punto di forza del film è il tentativo di definire non solo la psicologia dei due personaggi principali Chris e Vin (Yul Brynner e Steve McQueen che gareggiano per rubarsi la scena) ma anche quella dei rimanenti cinque pistoleri della banda di giustizieri: la indolenza del lanciatore di coltelli James Corburn, la rudezza fiera del taglialegna mezzo messicano Charles Bronson, la fragilità “elegante” del guantato Robert Vaughn, la malizia illusa del cercatore d'oro Brad Dexter e infine la paura di diventare grande del contadino Chico (Horst Buchholz) che guarda a Chris come a una vera figura genitoriale (la scena della prova di rapidità con le mani è un misto di rabbia e ammirazione). Dall'altra parte abbiamo il “cattivo” Calvera (Eli Wallach) disegnato magistralmente in un incipit grottesco: il bandito si lamenta del degrado dei costumi, non sopporta nelle chiese di non trovare più candelabri d'oro ma solo d'ottone: l'effetto comico (ripreso tanti anni più tardi dai dialoghi Tarantiniani) è creato da questa dissociazione surreale tra la propria morale e quella comune e sarà esempio seminale per le opere western successive (la “trilogia del dollaro” di Sergio Leone, La Ballata di Cable Hogue di Sam Peckinpah).

Siamo nel 1880 in un villaggio di frontiera popolato da contadini pavidi avvolti in lindi indumenti bianchi (la censura locale proibì una diversa rappresentazione dei messicani come previsto nella iniziale sceneggiatura di Walter Newman): la paura e la mancanza di armi li rendono schiavi sfruttati dal padrone bianco “armato”. Il discorso razziale sul rapporto di potere tra nativi e bianchi “civilizzatori” è ben raffigurato nella scena del funerale dell'indiano: Chris e Vin vogliono seppellirlo nel cimitero della città, ne fanno una questione di principio, un ideale di giustizia che percorreranno coerentemente fino in fondo, al rischio della loro stessa vita. John Sturges utilizza il colore delle camicie per distinguere i personaggi principali: il rosso di Calvera, il blu scuro di Chris, il rosa salmone di Vin. Nel corso della narrazione fa acquisire loro la consapevolezza che il loro stile di vita rappresenta una caduta libera nella quale ad ogni stazione ci si illude non avverrà mai lo schianto (“fin qui tutto bene…”). Il disertore Robert Vaughn ha una vera e propria crisi di nervi (blocco simile a quello che coglierà Charles Bronson nel film La Grande Fuga del 1963) perchè si rende conto di questa folle corsa di topi in trappola. Chico dopo avere mitizzato la figura del pistolero giustiziere non resterà insensibile al richiamo dei sensi e ristabilirà il primato dell'appartenenza a un luogo e a una classe sociale. John Sturges manipola l'epica del racconto western per suggerire che questi cavalieri saranno senza macchia e senza paura, ma sono anche senza una terra e senza un legame sentimentale. E se restano soli, non possono che perdere sempre.