FILM IN TV – Il toro, di Carlo Mazzacurati

C’era una volta un allevatore che aveva perso il lavoro e sognava di vendicare i torti subiti dal proprio padrone. Questa potrebbe sembrare la storia moderna di un uomo comune, invece è la trama del film Il toro: un road movie nei paesi dell’Est d’Europa dove i due protagonisti, Franco (Diego Abatantuono) e Loris (Roberto Citran), cercano di vendere un toro da monta rubato per guadagnare denaro e rifarsi del licenziamento.

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I temi cari al regista Mazzacurati in questa pellicola sono vari e ancora presenti nel dibattito sociale di cui siamo testimoni in questi anni. La critica verso il mondo dell’agricoltura concentrata più sul produrre secondo metodi industriali che seguendo le dinamiche naturali diventa la base della narrazione. La denuncia forte rivolta al settore primario mette in luce come questo, interessato all’utilizzo dell’inseminazione artificiale e alla produzione di latte in polvere, sia concentrato più sulla produzione industriale in larga scala che sulla qualità di un prodotto naturale. L’argomento risulta essere molto attuale oggi più di ieri grazie alla propaganda e all’informazione di consumatori più consapevoli e all’impegno di sempre più produttori nei confronti di un mercato biologico e attento alla salvaguardia delle biodiversità.

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Ad incarnare questo ideale di agricoltura industrializzata è il personaggio di Franco, l’uomo moderno, distaccato e  materialista, pronto a vendere il toro come fosse un oggetto. Dall’altra parte Loris, l’uomo antico, che crede ancora nel lavoro tradizionale, capace di provare sentimenti sia per il toro, in quanto animale vivo, che verso le altre persone. In tutto il film assistiamo ad un attrito tra i due personaggi per niente casuale: è il simbolo della frizione tra il  pensiero antico e quello moderno. L’amicizia tra i due, unita all’epifania di Franco durante la funzione religiosa diventano il motore di quella che, in conclusione, si può definire una storia di formazione. Tutto questo però non è fine a sé stesso ma fa da sfondo alla situazione di crisi, di precarietà del lavoro e dei diritti sociali che diventa il motivo del furto del toro Corinto da parte di Franco. Il toro diventa così il simbolo della speranza in un guadagno facile capace di risolvere tutti i problemi. La bestia assume lo stesso valore simbolico dei “gratta e vinci” che vengono acquistati morbosamente oggi con il desiderio di ricevere una ricompensa immensa in cambio di uno sforzo minimo. La realtà dei fatti è però molto diversa, niente si ottiene senza fatica e neanche i soldi, senza lavoro, risolvono i problemi a lungo termine.

Su questo punto Mazzacurati è spietato: alla vendita del toro sostituisce un baratto e al posto di trecento milioni in denaro mette trecento vitelli. In quella che, per chi ha seguito il film con attenzione, sembra una presa in giro risiede invece il significato e il messaggio del film: in un’Italia che annaspa, la vita ricomincia in campagna attraverso il lavoro. Allevare vitelli richiede fatica, cura, dedizione, come tutte le cose capaci di portare ad un guadagno duraturo e stabile nel tempo. Chi vuole raggiungere troppo con poca fatica e in modo scorretto non arriverà mai a nulla di concreto.

Quello del regista è un messaggio forte ed energico che purtroppo non è accompagnato da una messa in scena altrettanto dinamica. Il ritmo è infatti lento con numerosi spazi di vuoto in cui non succede nulla dedicati alla descrizione degli scenari naturali. Il richiamo allo stile di Salvatores è evidente; se si pensa a Marrakech Express ritroviamo gli stessi temi dell’amicizia, del viaggio, della formazione oltre che lo stesso attore (Diego Abatantuono) tra i protagonisti