FILM IN TV – Moby Dick. La balena bianca, di John Huston

Racconto dal sapore biblico, come nel romanzo di Melville. Per Huston è la sintesi del maleficio del divino, il manifestarsi dell’assoluto e la ricerca della conoscenza. Oggi, ore 16.30, Rai Movie

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Achab è l’uomo che odia Dio e che vede nella balena bianca la maschera della perfidia del Creatore. Considera il Creatore un assassino e vede in se stesso colui che ha la missione di ucciderlo. Achab è l’uomo che ha compreso l’impostura di Dio…
John Huston

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John Huston a proposito di questo suo film del 1956, ha riaffermato la natura di bestemmia che il racconto possiede e la necessità di accettarne la forza dirompente. Il cinema di Huston si sarebbe confrontato ancora molte volte con le forme primarie del rapporto inquieto tra uomo e Dio, tra principi di fede e trasgressioni ad una conclamata forza della morale. Una serie di regole, scritte o non scritte che sono i pilastri delle numerose declinazioni del Cristianesimo. Non sono estranei a questi concetti film come La Bibbia del 1966 o quelli dallo spiccato valore ecumenico di (raro) stampo joyciano che si ritrova in The dead, ultima fatica del regista americano, tratto dall’ultimo racconto di Gente di Dublino.moby-dick-la-balena-bianca-1956
Ma Moby Dick, la balena bianca è tutt’altra cosa rispetto alle codificazioni visive contenute in La Bibbia e anche rispetto alla leggerezza narrativa del suo ultimo film. Questo, al contrario, è un racconto che si fa, sulle orme di Melville, volutamente denso, riconoscibile immediatamente per il suo notevole peso specifico. Huston prova a sintetizzare attraverso il biancore di Moby Dick che solca i mari inseguita dall’eterno Achab che perirà con lei nell’abbraccio mortale delle ultime sequenze, tutti i significati che possono essere attribuiti a quel racconto dall’esplicito sapore biblico e primizia narrativa di una modernità incipiente che lo scrittore ha saputo rappresentare. Non a caso Moby Dick, il libro, è annoverato tra i grandi romanzi che hanno cambiato la prospettiva del racconto e altrettanto non casualmente gli autori che hanno caratterizzato il novecento letterario hanno sempre considerato quell’opera imprescindibile nella dicotomia bene/male, sacro/demoniaco. In Italia arrivò tardi e grazie alla traduzione di Cesare Pavese.
In fondo Achab è un novello Adamo che insegue, senza mai raggiungerlo, il seme della conoscenza e come il primo uomo resta punito da un dio malefico. La forza di Achab è umana, quella di Moby Dick divinamente moby-dick-la-balena-biancamalefica. Forse il tentativo di La Bibbia film successivo che interviene più direttamente su questo tema della conoscenza e della punizione di Dio, avrebbe voluto, come si accennava, “codificare” la genesi umana, la sua indomita irrequietezza da sempre divisa tra bene e male, tra desiderio e castigata natura dei sensi. Huston pare non abbia i mezzi toni, le sfumature. Tutta la forza del suo cinema è nella nettezza delle sue posizioni, nel rischio che assume con la sua macchina da presa.
Huston è stato sempre affascinato da queste fortissime passioni che border line attraversano l’animo di ogni uomo, deflagrando in quanto di disumano esiste nel personaggio. Anche L’anima e la carne del 1957, altro non è che il manifestarsi della passione (blasfema) di una suora per un soldato americano. Ma anche i successivi Freud passioni segrete e La notte dell’iguana non sono alieni da questa indagine che il regista del Nevada conduceva sulle passioni estreme e sullo scontro che vede l’uomo come terreno di battaglia tra bene e male, nel fluire delle tensioni che danno origine al concetto di peccato. Non a caso Huston, proprio per questa sua propensione alla passionalità maledetta che incrocia sacro e profano, bestemmia e preghiera era considerato una specie di Hemingway del cinema, sicuramente un erede del racconto per immagini dello scrittore americano. E quindi, forse non è neppure casuale che in qualità di attore uno dei suoi personaggi più moby-dick-wellesfamosi al cinema sia stato Noah Cross, il padre incestuoso di Evelyn Cross – Faye Dunaway in Chinatown del trasgressivo Polanski. Una specie di conferma di questa sua ricerca del sacrilego di cui Moby Dick, la balena bianca fu tappa decisiva. Dunque si tratta di temi radicali che vengono affrontati in questo film come in una lezione di filosofia, attraverso una solidità, perfino troppo ferrea, della scrittura, mai banale, se non un po’ enfatica nella traduzione italiana.
Gregory Peck è il capitano Achab che tiene in pugno il suo equipaggio motivandolo alla caccia al mostro marino. La larga e profonda cicatrice che segna il volto di Peck/Achab non è forse del tutto sufficiente a restituire la forza caratteriale dell’originale e le poche inquadrature dedicate ad Orson Welles che nel film veste i panni del reverendo Mapple mentre rampona i suoi fedeli nelle sequenze iniziali, confermano la grandezza dell’altro regista che quanto a sfide non era secondo a nessuno. Proprio in questa sequenza una lunga carrellata scopre i sacrifici umani chiesti dal mare per i balenieri che a visione ultimata sembrano davvero i destinati allo scontro, quelli che pagano il prezzo maggiore per gli sforzi della conoscenza. Ma è qui, nella rilettura postuma del film, che il cinema di Huston si fa umano. In quel confronto con la morte, schietto, mai retorico che ci fa venire in mente i versi del grande poeta irlandese W. B. Yeats: getta uno sguardo freddo sulla vita, sulla morte/cavaliere passa oltre.
moby-dick-la-balena-biancaMoby Dick si scompone così nelle sue due accezioni: cinema d’avventura e cinema che indaga sul rapporto uomo/Dio proponendoci una divinità lontana da ogni bontà verso l’uomo, ma anche la tensione dell’uomo verso l’assoluto, l’inconoscibile. In fondo anche Moby Dick esprime quel desiderio di Dio che è ricerca umana senza fine, ricerca dell’assoluto e tensione verso l’ignoto quale confine, sempre in divenire, quale superamento di ogni limite, di ogni umana impotenza. Huston poggia il film sulle spalle del suo protagonista che a tratti restituisce la febbre e la malattia della ricerca del leviatano e della sfida a questa creatura così innaturale. Il film non bada alla credibilità e non intende fare coincidere, negli stacchi, i cieli e la luce delle inquadrature precedenti. A Huston non interessa la credibilità, ma l’efficacia del racconto che si dirige verso il destino segnato. Come in Melville il suo narratore è Ismaele nome ebraico che ricorda il primo figlio di Abramo la cui vicenda umana non è estranea neppure all’Islam. Huston rispetta profondamente la costruzione biblica che ha posto in opera Melville, grande creatore di giganteschi personaggi da Benito Cereno a Bartleby.
Quella non è una balena, ma un grande dio bianco, dirà uno dei personaggi del film ed è rapida l’identificazione della 1956, MOBY DICKdivinità con la connaturata malvagità del cetaceo. Il cinema pessimista di Huston prendeva forma anche con questo film. Il suo ateismo non risolvibile attraverso una rilettura dei testi sacri e meno sacri, lo ha spinto a definire negativamente l’esistenza dell’uomo. Solo nell’ultimo film, dopo molti anni da quell’apoteosi che fu Gli spostati, con la messa in scena del racconto joyciano, il suo cinema sembra trovare pace. Nella vecchiaia e in mezzo alla neve dell’Irlanda che ricopre le storie dei vivi e dei morti nell’ecumenico abbraccio tra bene e male.

 

Titolo originale: Moby Dick
Regia: John Huston
Interpreti: Gregory Peck, Richard Basehart, Leo Glenn, Orson Welles
Origine: USA, 1956
Durata: 116’

Genere: avventura

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