FILM IN TV: Shining, di Stanley Kubrick

Un bambino e un uomo in un labirinto di siepi innevato. L’uomo insegue il bambino per ucciderlo, ma il piccolo, con uno stratagemma, riesce a scappare, a far perdere le proprie tracce e ritrovare l’uscita. L’uomo rimane intrappolato e trova la morte. E’ il finale, ormai celeberrimo, di Shining. E in quel labirinto è racchiuso il senso. Jack Torrance, l’adulto, non riesce a uscirne. Mentre Danny, il figlio, ripercorrendo i suoi passi all’indietro, “voltandosi”, trova la strada. Solo i bambini possono salvarsi. Il vero shining, la vera luccicanza, forse non è tanto la capacità di avvertire presenze paranormali, quanto questa capacità di trovare la soluzione dell’enigma. I bambini, al contrario degli adulti, sanno giocare, accettano le regole e conoscono i trucchi. Mentre l’uomo, preda delle sue ambizioni e frustrazioni (quelle di uno scrittore sull’orlo del fallimento artistico ad esempio) resta imprigionato nel labirinto. Cinque anni dopo Barry Lindon, Kubrick torna a sconvolgere. Traendo spunto da un romanzo di Stephen King si cimenta col genere horror, ma, come al solito, scardina ogni regola. La paura non nasce dagli ambienti angusti, oscuri, dalle angolazioni sghembe e oblique, da un apparato di suoni, rumori e immagini tradizionali. La claustrofobia nasce per opposizione. L’inizio è già una minaccia, nonostante il grande totale dall’alto e la carrellata aerea sembrino indicare altro (al punto che, si dice, il materiale sia stato riciclato per il finale consolatorio di Blade Runner, quello imposto dalla produzione). Eppoi le inquadrature simmetriche, cartesiane che si deformano improvvisamente, l’illuminazione diffusa e quasi sempre diurna. La stessa organizzazione dello spazio e del tempo del racconto risponde all’immagine del labirinto. Un hotel vuoto che appare gigantesco, privo di qualsiasi punto di riferimento: corridoi lunghi, ognuno uguale all’altro, porte chiuse, ascensori minacciosi, quella steadycam (qui per la prima volta usata in modo sistematico) che segue o precede i personaggi, risucchiandoli in uno spazio oscuro.

Eppoi un tempo che sembra avvolgersi su se stesso, fantasmi del passato che ritornano, un ripetersi di situazioni, figure, drammi, un ciclo cosmico. Tutto il film è una costruzione senza via d’uscita, con cui Kubrick ribadisce la sua costante opera di demistificazione. La convinzione dell’uomo occidentale di poter avere un controllo sulla propria vita e sul corso degli eventi altro non è che un’illusione. La libertà, la volontà sono concetti vuoti: la nostra vita è dominata da forze “esterne” e “interne”, il potere e la guerra, le regole e i doveri sociali, le gerarchie, il passato, la scienza, le paure, le pulsioni sessuali, i desideri e le frustrazione. Un groviglio, un labirinto, dal quale è impossibile districarsi. E che Kubrick rende con una suprema razionalità delle forme. Perché sa benissimo che a far paura non è tanto il disordine, ciò che è oscuro. La paura nasce dall’impossibilità del controllo. In fondo caos è parola che etimologicamente indica uno spazio aperto, infinito, vitale. Il cosmo, l’ordine, invece, esprime chiusura e asfissia. Le sue regole geometriche, matematiche sono un prigione inespugnabile, un mistero per iniziati. E tutto il cinema di Kubrick è un mondo esoterico che è replica di un cosmo superiore. E’, fondamentalmente, sempre un cinema horror che costruisce labirinti, dentro cui si perdono personaggi e spettatori. Non emoziona, non commuove, ma semplicemente inquieta, fa paura, perché chiude in una stanza buia e obbliga a “vedere” la propria vanità, come in un’eterna “cura Ludovico”. Il trucco è quello di voltarsi indietro per liberarsi dall’ipnosi, come Danny o David Bowman di 2001. Voltarsi e scoprire la fonte della visione è come smascherare la trappola di dio e bestemmiare. In fondo, ce lo chiede Kubrick stesso. Occorre ribellarsi. E’ l’unica libertà che ci è permessa dal suo cinema.

Titolo originale: The Shining

 

Regia: Stanley Kubrick

 

Interpreti: Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers, Barry Nelson

 

Origine: USA 1980

 

Durata: 120′

 

Sabato 30 settembre, Canale 5, ore 2:20