FILM IN TV – Stromboli: terra di Dio, di Roberto Rossellini

Se lo chiamiamo neorealismo è solo per comodità di linguaggio, per racchiudere qualcosa in una categoria di facile lettura o per non affrontare la fatica di dover ridefinire ancora una volta ciò che ci angoscia. Lasciar perdere le etichette così come dimenticare per un attimo le vicende personali fra regista e attrice, perché non è nell’autobiografismo che il film si esaurisce.

È una stasi continua, quella di Stromboli. I tentativi di Karin di forzare la sua condizione sono vanificati da un’atmosfera che raggela ogni movimento. Ogni azione è costretto a ridursi a movimento senza effetto, in una temporalità dove solo il passato più arcaico sopravvive. Karin non ha più una terra né una famiglia e solo l’impossibilità di prospettive migliori la spinge a sposare Angelo e trasferirsi nella sua nativa Stromboli. Ma sull’isola non c’è spazio per le ambizioni troppo grandi della donna. Il filo spinato che separava le loro labbra ora li stringe più di quanto vorrebbero. Ma la morsa dell’immobilità coinvolge ogni personaggio, in una condizione dove solo il paesaggio ha capacità d’azione.

La natura si fa voce dell'umanità più intima attraverso una brutalità sconosciuta alla lingua. L’oscenità fallica del vulcano sposta su un livello puramente atmosferico il fallimento di Karin, la sua inadeguatezza e la sua incapacità a sopportare il limite stesso della vita, ma allo stesso tempo incapace di reagire. La polvere scura incolla la lingua al palato, il calore scioglie il cielo impastato di cenere e ogni scossa piega le ginocchia. Il vulcano è movimento costante, l’unico elemento in grado di cambiare lo spazio e il tempo, e domina per tutto il film, anche in absentia. Eppure, nonostante ogni giorno possa essere l’ultimo, nulla cambia. Karin si reputa troppo moderna per vivere in un eterno passato, gli abitanti di Stromboli le rimproverano la sua mancanza di modestia, e lo stesso Antonio è incapace di affrontare i problemi della moglie se non attraverso la violenza. Ogni personaggio è cieco e sordo rispetto a ciò che lo circonda, non dissimili dai tonni costretti a nuotare nel proprio sangue, mentre si agitano febbrilmente senza riuscire a muoversi davvero. Le voci si scollano dai corpi, isolate dal resto e incapaci di comunicazione. L’italiano stentato della Bergman, il siciliano stretto degli interpreti del luogo e il doppiaggio che si mostra nella sua evidenza concorrono nel rendere ogni frase aliena alle labbra a cui dovrebbe corrispondere.

Nel suo tentativo di fuga, Karin è schiacciata dall’imponenza del vulcano, ridotta a un essere impotente e privo di forze, come il coniglio vittima della morsa del furetto di fronte a cui lei stessa si ritira inorridita. Non è l’invocazione a Dio ciò che conta davvero, quanto il ritorno della protagonista a uno stato di totale resa di fronte al mistero e alla bellezza del tempo che parla per voce della natura. Come il bambino che porta in grembo, Karin si abbandona in posizione fetale senza poter fare altro che piangere, ferma a metà della sua fuga verso un altro futuro, forse bloccata per sempre nella stasi di un tempo che non le appartiene oppure alle soglie di un personale anno zero, nuovo essere umano che imparerà di nuovo a parlare e ascoltare. Ma comunque, la stessa cenere sugli occhi, la stessa terra in bocca.

 

Regia: Roberto Rossellini
Interpreti: Ingrid Bergman, Mario Vitale, Renzo Cesana, Mario Sponza
Origine: Italia, 1950
Durata: 107'