FILM IN TV – Vestito per uccidere, di Brian De Palma

Vestito per uccidere, 1980Vestito per ucidere (1980) è un film che tende alla complessità utilizzando, il suo autore, con sapienza e maestria, un gioco di specchi, di rimandi e di allusioni che fanno però di questa complessità (fin troppo) esibita, soltanto un gioco ironico di un regista fortemente dipendente da uno stratificato e complesso (questo si!) immaginario cinematografico. Il cinema di De Palma di quegli anni si diverte a filtrare la realtà attraverso un cinema che tende a mettere in mostra tutte le proprie strutture. Sembra così che la costruzione della falsa e ironica complessità che ne nasce e che gioca con l’immaginario dello spettatore, diventi una conseguenza di questa originaria funzione. Non sempre la complessità esibita, la visibilità eccessiva, frutto di un voyeurismo innato di De Palma, comporta una complessità della narrazione, anzi è spesso il contrario. I suoi film sono volti a mettere in opera la semplificazione della narrazione, a volte perfino eccessiva, didascalica. Né è un esempio questo film in cui la lettura psicanalitica è perfino libresca.

 

Il cinema di De Palma, soprattutto nel primo periodo, lavorando su questo affastellarsi di elementi reali e immaginari, nella riproduzione dichiarata di modelli e visioni hitchcockiane, suo costante punto di riferimento, si confronta, duplicandolo, con un immaginario collettivo che è patrimonio universale. Per queste ragioni il cinema di De Palma va preso sul serio per la fattura e la riconoscibilità di un percorso di tutto rispetto, ma molto meno quando dovessimo parlare ad esempio di psicoanalisi o temi del genere. È fin troppo evidente il gioco che il regista sta giocando, l’ironia palese del racconto. Vestito per uccidere non si sottrae a queste caratteristiche e se quanto a riflessioni psicoanalitiche saremmo dentro ad una manualistica da espositore di edicola su una così esibita storia di travestitismo con una forte tensione erotica alla base e simboli di varia natura disseminati lungo le pur coerenti e magistrali sequenze del film, quanto invece a idee che sorreggono la costruzione del film le cose si atteggiano in altro modo.

L’armamentario di visioni fantastiche di De Palma si riflette in un cinema che ha attraversato tutti i generi e che quando si esprime secondo il linguaggio del thriller, o del thriller sofisticato, come in questo caso, sembra restituire a pieno gli effetti di oscuri meccanismi di comunicazione tra cinema e pubblico, tra culto dell’immagine ed effetto epifanico di quest’ultima su un pubblico che ama essere stupito e raggirato. Diretta conseguenza degli insegnamenti appresi dal cinema di Hitchcock. Per me Hitchcock era come una grammatica … che io sto imparando a usare appena ora diceva De Palma a proposito del grande regista inglese.



Si ritrovano quindi accentuate in De Palma alcune strutture che già si intravedevano nel cinema di alfred Hitchcock. In DeAngie Dickinson in Vestito per uccidere Palma il falso movimento del cinema, corrisponde con il vero movimento della vita. Ecco perché il suo cinema e Vestito per uccidere ne è forse l’esempio più eclatante, risulta, nonostante ogni detrazione che voglia operarsi sulla sua efficacia generale, un film complesso, articolato e ingannevole, sicuramente affascinante perché a tratti abbagliante nella sua materica consistenza. Grande maestro della costruzione di messa in scena a volte anche articolata e in questo film sono numerose le occasioni in cui è evidente la sua capacità di costruttore di memorabili sequenze. Dalla sequenza iniziale nel museo in cui la macchina da presa e il montaggio, complice la musica volutamente enfatica e didascalica di Pino Donaggio, si producono in un palese gioco di seduzione che coinvolge lo spettatore con i suoi esibiti sensuali rimandi o la sequenza finale in cui l’elemento agghiacciante è costituito soltanto da un candido paio di scarpe che sembrano riaprire completamente i giochi della storia. De Palma avrebbe continuato a costruire mondi paralleli dentro il suo cinema, con esiti alterni, ma sempre con l’intenzione di usare il cinema come grande occhio dal quale guardare, con ironia, il mondo reale.