FILM IN TV – "Vivere e morire a Los Angeles", di William Friedkin

Nella città degli angeli non c’è redenzione e non c’è salvezza per nessuno, si vive o si muore. Vivere e morire a Los Angeles è un poliziesco violento, crudo e convulso con cui Friedkin ha ridisegnato le architetture del genere negli anni ’80, così come aveva fatto nei ‘70 con Il Braccio violento della legge. Due poliziotti, Chance e Vukovich, ed un cattivo, il falsario Eric Masters (Willem Defoe); dopo la morte del “gemello” (collega anziano con cui condivideva da anni il servizio), l’agente FBI Richard Chance (William L. Petersen), perseguirà cinicamente un unico scopo, la vendetta, trascinando con sé l’ingessato nuovo “gemello” Vucovich (John Pankow).

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In un’atmosfera cupa da tragedia greca, si muove un’umanità persa, la cui tracotanza si mescola alla sete di vendetta; da un lato un’artista che sottomette il proprio talento a loschi scopi, trasformandosi in falsario, dall’altro un poliziotto che, dominato dall’istinto di vendetta, non esita ad abbandonare i binari della legalità e ad agire in maniera feroce e brutale. Un film dissacrante che gioca sui doppi, che si fondono e si confondono; così Masters e Chance finiscono per essere due facce della stessa medaglia, in un sottile e perverso gioco tra ambiguità e brutalità. I protagonisti si muovono al di là del bene e del male, infrangendo le granitiche certezze dello spettatore su ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Friedkin racconta un mondo pervaso dal nichilismo esasperato, in cui la salvezza è pura utopia, non ci sono vincitori, né eroi, e tutto viene assorbito in un vortice magmatico, che arde come le tele di Masters, rincorrendo forse un desiderio di purificazione, per mondare la propria anima e redimerne il lato oscuro.
Una struttura narrativa che non brilla per originalità, un soggetto che si presenta estremamente scarno e minimalista; nonostante ciò, la pellicola di Friedkin si eleva a vero paradigma del genere, grazie alla pregevole messa in scena. Il montaggio nevrotico e frenetico, curato da Scott Smith, è uno degli elementi caratterizzanti del film, e contribuisce in maniera fondamentale alla costruzione del ritmo narrativo, come, ad esempio, nella sequenza dell’inseguimento automobilistico, in cui si alternano tagli velocissimi e prospettive inedite, sino a dipingere inquadrature quasi impossibili. Nei tramonti che bruciano, nelle mille sfumature vermiglie di un cielo ardente, si impone la splendida fotografia di Robby Müller, che contribuisce a nobilitare l’opera di Friedkin ed in cui si avverte l’eco dell’estetica tipicamente Eighties. La colonna sonora curata dai Wang Chung è particolarmente ispirata, e spicca lo straordinario pezzo Dance Hall Days. Il cast è notevole, e meritano una menzione speciale il falsario amorale, interpretato da un Willem Defoe in particolare stato di grazia, ed il poliziotto a cui ha prestato il volto William Petersen, noto per i suoi recenti trascorsi televisivi in C.S.I., ma soprattutto per essere stato, qualche anno più tardi, il protagonista dell’indimenticabile Manhunter di Michael Mann.

Titolo originale: To Live and Die in L.A.
Regia: William Friedkin
Interpreti: William Petersen, Willem Dafoe, John Turturro.
Origine: USA 1985
Durata: 114’
Giovedì 14 aprile ore 21.15 Sudio Universal

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