Florence Korea Film Festival 22 – Incontro sul meraviglioso decennio del cinema coreano: gli anni ’60

Il panorama cinematografico della Corea degli anni Sessanta, attraverso il confronto tra uno dei più noti critici coreani, Jeon Chan-il, e il nostrano Federico Frusciante

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Questa edizione del Florence Korea Film Festival ha permesso attraverso la retrospettiva dedicata al cinema coreano degli anni Sessanta, di avere l’occasione di poter vedere film introvabili in Italia. L’incontro di approfondimento ha visto come ospiti Federico Frusciante, critico noto nel web soprattutto per il suo canale YouTube, e il critico coreano Jeon Chan-il.

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Frusciante: Ho notato che i film coreani di quegli anni che ho potuto vedere, non molti a causa della loro irripetibilità, sono in bianco e nero. È una scelta artistica o c’è qualcos’altro?

Jeon Chan-il: Questa per me è la terza volta che frequento il Florence Korea Festival. In Corea scrivo molto e conduco delle trasmissioni televisive. Ma penso che questo incontro rimarrà nella storia perché solitamente i critici non sono ben voluti e addirittura ricevono minacce di morte. Ma in un momento in cui il festival mi ha dato la possibilità di incontrare il pubblico, spero che rimanga nella storia. Negli anni Sessanta sono stati girati più di 700 film ma solo 5 o 6 sono a colori perché quella era la situazione. Quello che posso dirvi io è che nella cinematografia coreana, erano anni di guerra e anche la lavorazione dei film era abbastanza critica. Tanti registi coreani di oggi come Park Chan-wook e Bong Joon-ho omaggiano il cinema degli anni sessanta”.

Frusciante: Ho notato che tutti i film che ho visto sono sperimentali, dal thriller all’horror, alla commedia. Anche qui la vita del critico non è facile, se parli male di un film ti devi sempre scontrare, fortunatamente per ora nessuna minaccia di morte! Volevo sapere in quegli anni quanto fossero importanti le star femminili. Qui il cinema italiano aveva dive come Monica Vitti.

Jeon Chan-il: La descrizione del ruolo della donna è diversa in ciascuno dei film, negli anni Sessanta il grado che ricopriva la donna era inferiore rispetto alla cultura occidentale, vorrei precisare che i film proiettati in questo festival hanno dato un segno alla storia, non erano apprezzati dal pubblico né dalla critica. Gli anni Sessanta erano anni di convivenza tra la speranza e la disperazione, c’erano tante possibilità ma allo stesso tempo ombre, il tema è dove si mette il focus. C’erano dei limiti e il film che rappresenta secondo me questa ambivalenza è Mother and the guest. I due protagonisti che si abbracciano per l’epoca era molto irruento. In uno dei primi film di Park Chan-wook, Joint Security Area, si vede la foto di un cadavere. La censura faceva problemi per un corpo nudo negli anni Duemila, figuriamoci negli anni Sessanta. Io all’epoca facevo parte della commissione di censura e sono stato l’unico ad approvare il film. Per tutti era inclassificabile e molto non volevano che i minorenni vedessero questo film.

Uno degli eventi che ha fatto la storia è stata la rivoluzione del ’68 a livello mondiale, mentre in Corea non c’è stata una rivoluzione del genere. Quindi per me è difficile applicare criteri europei a quelli coreani. Nel film Mother and son la descrizione dei personaggi femminili è molto diversa da quelli maschili. Due uomini che sono innamorati di una donna. In Europa si sarebbero battuti per conquistare la donna. Qui invece ciascuno dice ‘te la cedo, fatti avanti tu’, come possibilità di conciliazione tra nord e sud Corea e per questo molto criticato”.

Il critico ha tenuto inoltre a precisare che rispetto alle colonne sonore dei film, prima che si arrivasse a compositori coreani in grado di comporre musiche per i film sono dovuti passare molti anni. Motivo per cui i film dell’epoca tendevano a usare musiche europee.

In Corea ora c’è una situazione molto paradossale, demoralizzazione e di scoraggiamento. Perché l’idea generale è che stia andando tutto a rotoli. Credo che sia dovuto soprattutto agli incassi che sono minori rispetto a prima. Quello che invece penso è che sia  un’opportunità“.

È stato dato poi spazio al regista Lee Man-hee, di cui questo festival ha proiettato The Devil’s stairway. Jeon Chan-il lo ritiene un regista superiore a registi oggi acclamati dal pubblico mondiale, nonostante sia morto giovane, con un forte invito a recuperare la sua filmografia.

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