Goksung – La presenza del diavolo, di Na Hong-jin

Fuori concorso a Cannes 2016 e ora su Amazon Prime Video, un horror coreano denso, che grazie alla sua varietà riesce a intrattenere senza cali e a sopportare una lunghezza fuori scala

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Goksung – La presenza del diavolo, soprattutto se visto sotto Natale, ricorda quei dolci tipici del Centro Italia, densi e pesanti, come il panforte senese o il pangiallo romano. Addentando una di queste prelibatezze ci si può trovare ad assaporare canditi, miele, frutta secca e altre leccornie. Tutti sapori che si accavallano, che più che confondersi si spalleggiano, senza però che il palato possa riconoscerli chiaramente uno ad uno. Allo stesso modo, se si visualizza una scena di questo film horror presentato fuori concorso a Cannes nel 2016, ci si può trovare davanti con la stessa probabilità davanti a una scena splatter, a un esorcismo o a un fantasma. Come il panpepato sembra l’incontro di tutti gli ingredienti tipici dei dolci natalizi, così Goksung sembra essere il calderone dove confluiscono tutti gli stilemi di un certo tipo di thriller che corteggia l’horror.

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Il primo ingrediente gettato nel calderone, il miele che tiene insieme tutto l’impasto, è l’agente di polizia Jong-Hoo. In un’alba piovosa nel villaggio di Goksung, immerso nelle foreste coreane, viene svegliato da una telefonata: c’è stato un orribile duplice omicidio. Un uomo ha massacrato una coppia a coltellate. Quello che inizialmente sembra un omicidio passionale, assume tinte fosche quando si scopre che l’omicida era affetto da una strana malattia e che in casa sua è presente un altare. Le indagini di Jong-Hoo si complicano nel momento in cui gli omicidi si moltiplicano e una strana voce giunge al suo orecchio. Un uomo sostiene di aver visto nella foresta uno straniero mangiare una carcassa e sostiene che in realtà sarebbe un fantasma maligno che ha preso di mira il villaggio.

Nella prima mezz’ora del film c’è di tutto: malattie strane, omicidi brutali, leggende di fantasmi. Ci si trova davanti a una serie così vasta di possibilità che si finisce a essere solidali con il confuso protagonista nelle sue confuse e pigre indagini. Eppure, piano piano, con le dita puntate che si susseguono tutte puntate verso la stessa direzione, si esce dalla foschia di comica erraticità alla Vizio di formaGoksung imbocca un sentiero che si fa sempre più oscuro e che sembra costeggiare quello macchiato di sangue di I Saw the Devil. Con un ritmo e un ordine quasi rituale, gestiti dal regista Na Hong-jin, al suo terzo lungometraggio, sempre più elementi vengono gettati in quello che piano piano somiglia più ad un ricettacolo che a un calderone.

Progressivamente, il film riesce a essere denso senza opprimere, affrontando una pluralità di elementi che non scade mai nella bulimia. C’è una varietà in Goksung che consente al racconto di sopportare una durata, fuori scala per la media del genere, di quasi due ore e quaranta, oltre che di poter gestire la paura con estrema eleganza. Non ci sono jumpscares, ma un’accurata costruzione per accumulo che fa crescere l’inquietudine di non sapere mai da dove provenga la nuova minaccia e perché. Forse il merito più grande del film sta proprio nel farlo con elementi non originali, dando loro nuova linfa. E, alla fine, si ha la sensazione di trovarsi davanti ad una ricetta antica, conosciuta e familiare, ma con quel qualcosa di nuovo che ci fa dire che, anche dopo numerosi morsi e crescenti preoccupazioni per la propria linea, ne vogliamo ancora.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.88 (8 voti)
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