Good Time, di Josh e Benny Safdie

Immaginatevi un Walter Hill sotto effetto di acido e un’idea di partenza (quasi) simile all’inferno notturno di Fuori orario e avrete questo Good Time dei fratelli Safdie, nati a New York City da famiglia ebraica, un passato da documentaristi e ora giovani (classe 1984 il primo, dell’86 il secondo) protagonisti della scena indipendente americana. L’inizio sembra una costola di tanti film di genere. Abbiamo due fratelli, Connie e Nicholas Nikas, che compiono una rapina in banca con cappuccio in testa e due maschere grottesche (di afroamericani) che gli coprono il volto. Nel prologo abbiamo visto che il secondo dei due è affetto da autismo, non è capace di autogestirsi né di distinguere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Capiamo anche che Connie non accetta l’handicap del fratello e nella prima scena interrompe la seduta con un assistente sociale per portarlo via dal centro medico. Torniamo alla rapina. Va a finire male e Nicholas viene arrestato. Connie sa che il fratello non può resistere a lungo all’inferno del carcere. Deve trovare nell’arco di una notte i 10.000 dollari necessari per la cauzione. È l’inizio di una discesa nell’illegalità e nel delirio di una assurda notte americana.

È un film che vuole intrattenere, ma anche dirci qualcosa sulla disperazione dell’America contemporanea. Sin dal titolo l’operazione è chiara. Il Good Time non è propriamente un “momento piacevole”, bensì il contrappasso – non privo di un certo cinismo – all’excursus grottesco e violento del protagonista, nonché un riferimento al ritmo del film: incessante, ossessivo, inesorabile e assordante, con la colonna sonora tutta elettronica di Oneohtrix Point Never che fa costantemente da traino percussivo alle scorribande disperate di Connie. Luci al neon, scatti isterici di personaggi e macchina da good time robert pattinsonpresa – spesso a spalla – a catturare frammenti di un’America bassa salvo poi rimescolare e (montare) tutto in un incedere impasticcato, che consente poche parentesi introspettive. Robert Pattinson con lo sguardo stralunato e tinta bionda ai capelli attraversa per 100′ una dimensione underground, marginale, abitata da classi medio-basse, immigrati, alcolisti. C’è la bambina di colore, spettatrice fragile e annoiata, che Connie coinvolge nella fuga e poi l’africano che fa il custode ad Adventureland – e qui il set iperrealista evidenzia ancora quanto Good Time sia soprattutto un luna park socio-poliziesco con la corsa per salvare il fratello che diventa caccia al denaro e fuga dagli sbirri. I titoli di testa riprendono poi il look vintage degli anni 80, con le scene del carcere che rimandano a 48 ore o alla violenza selvaggia della prima parte di A 30 secondi dalla fine di Konchalovskij.

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Il nodo centrale è che i due fratelli Safdie non hanno ancora la maturità per fare così tanti film in uno e così in più occasioni sembrano affidarsi più alla forma che alla sostanza. Qui c’è però da aggiungere che la fattura è alimentata da una padronanza del mezzo che già sfiora il manierismo.
I Safdie aggiungono elementi, ma soprattutto hanno fiducia cieca (e forse troppa) nella saturazione di simbolismi, colori, suoni, dimenticando, se non per brevi frammenti, il “fattore umano”. A tratti, a furia di sottolineare il loro incubo, ce ne allontanano, forse perché interessati a chiudere una confezione che è molto più di testa di quanto voglia sembrare. È un dazio che siamo disposti a pagare, perché è un film strano, affascinante, che da un lato trascina e dall’altro sfianca con la sua tenuta monocorde. I ragazzi hanno talento, anche se il rischio è di sentirsi già troppo bravi.

Titolo originale: id.

Regia: Josh e Benny Safdie

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Interpreti: Robert Pattinson, Benny Safdie, Jennifer Jason Leigh, Barkhad Abdi, Buddy Duress, Taliah Webster

Distribuzione: Movies Inspired

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Durata: 100′

Origine: Usa 2017