Grosso guaio a Chinatown, di John Carpenter

Fra i desideri mai esauditi di John Carpenter c’era quello di girare un musical ambientato in uno scenario postatomico: possiamo solo immaginare cosa avrebbe tirato fuori da questo spunto un regista tanto avvezzo a raccontare l’Apocalisse. Ma, in un’ottica di ideale controcampo, possiamo farcene un’idea con Grosso guaio a Chinatown: lo spunto, com’è noto, era unire le arti marziali con il western – la prima stesura della sceneggiatura era effettivamente ambientata fra i cowboy, e se ne può vedere uno strascico nella sparatoria nel vicolo tra le gang dei Chang Sing e dei Wing Kong. Ma per il resto è il ritmo a dettare il passo del racconto, musicale per eccellenza, con una partitura elettronica che non abbandona mai la scena, e i corpi dei protagonisti che si agitano come in preda a una frenesia continua.

La parola si adegua e detta il tempo, attraverso dialoghi irrefrenabili che riecheggiano gli antichi amori carpenteriani per le commedie di Howard Hawks, e l’avventura non può che adeguarsi, snocciolando in continuazione invenzioni visive, passaggi nascosti e un senso continuo della scoperta: non tanti numeri musicali concatenati, ma una sorta di incessante performance dove montaggio e note spingono i corpi a lasciarsi andare. L’operazione però non è fine a se stessa: Grosso guaio a Chinatown è infatti anche uno dei titoli più teorici degli anni Ottanta, per la lucida consapevolezza di un nuovo cinema spettacolare che ha capito come la propria esistenza passi per l’ibridazione dei linguaggi.

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grossoguaiolopanDa qui, Carpenter si diverte a sperimentare e ad accogliere il contemporaneo fantasy di Hong Kong tra le fila del cinema hollywoodiano: anche questo passaggio è noto, ma oggi colpisce per la naturalezza con cui avviene. Il film racconta una coesione sino-americana che è già avvenuta da tempo (Jack Burton e Wang sono già amici per la pelle all’inizio della storia) e di cui bisogna solo prendere coscienza: ancora una volta è una mera questione di lasciarsi andare. Lasciandosi alle spalle la carne e abbracciando lo spirito, come avviene attraverso la magia di Egg Shen e la figura evanescente di Lo Pan che è puro artificio di visione – e qui già Carpenter getta le basi delle future epopee de Il Signore del Male e Essi vivono, segno di quanto il gioco non sia affatto estemporaneo.

L’incedere spaccone e demistificatorio di Jack Burton/Kurt Russell ci informa che la convivenza in apparenza può incontrare delle resistenze nell’ennesima incarnazione degli eroi solitari carpenteriani. Ma la differenza è a monte: Burton è il protagonista ma non l’eroe, i ruoli con Wang si invertono perché il nuovo cinema impone di ridiscutere il pregresso. Non l’hanno capita gli executive della Fox che condannarono il film al dimenticatoio, da cui poi l’ha salvato il pubblico degli appassionati. Perché Carpenter – come sempre – aveva ragione.

Titolo originale: Big Trouble in Little China

Regia: John Carpenter

Interpreti: Kurt Russell, Dennis Dun, Kim Cattrall, Victor Wong, James Hong

Durata: 100′

Origine: Usa 1986

Venerdì 19 Maggio, Rai Movie, ore 21:20