HORROR & SF – John Dies at the end

Are you thinking what i’m thinking?

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That if Franz Kafka were here his head explode?
Actually, yeah

Certo, Kafka ha scritto di Josef K. che una mattina viene svegliato da due uomini per comunicargli di un processo contro di lui, o dell’agrimensore K. che non riesce a raggiungere il castello del villaggio, ma alla vista di maniglie che diventano cazzi, cani che guidano jeep in retromarcia e creature extradimensionali formati da salsicce e bistecche, sì, gli sarebbe esplosa la testa (soprattutto considerando che tipo fosse). Allo splendido elenco di cui sopra aggiungiamoci delle accette che si rompono ogni qual volta c’è un tizio da far fuori (sempre lo stesso!), moncherini che permettono l’apertura di soglie con altri mondi, hot dog come telefoni cellulari e avremo non solo l’esplosione cranica del povero Kafka, ma anche di Joe Lansdale, H.P. Lovecraft, Stephen King, Douglas Adams, William Burroughs. E Don Coscarelli.

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Nell’articolo su House at the End of the Street scrivemmo di quanta consapevolezza ammanti il genere horror in tutta la sua filiera, dalla produzione e realizzazione alla fruizione e sistematizzazione; scrivemmo di registi intelligenti, pronti e veloci nel capire cosa fare, come fare e quando fare. Don Coscarelli non rientra in questo insieme. La sua parabola, le sue opere, sono tracce di un percorso lungo trentasette anni fatto di pochi film, pochissime possibilità, quasi nessun successo. Un percorso che è incompreso, ignorato, ma che se lo si guarda a lato, in controluce, rivela un’idea di cinema intima, piccola, senza la quale non sarebbero stati realizzati nemmeno i dieci titoli dal 1967 in poi. Questo regista alto, altissimo (quasi due metri), ha un contraltare nel suo amico Sam Raimi: cinque anni li separano alla nascita (il primo nel ’54, il secondo nel ’59), cinque anni li separano all’esordio (Jim, the World’s Greatest è del ’76, La casa dell’ ‘81), poi le loro strade divergono ad un crocicchio in salita e in discesa: Raimi imbocca una curva ascendente che lo porta fino al successo blockbusteriano dei due bellissimi Spider-Man, tenendo sempre stresso a sé il Raimi delle coordinate iniziali tanto da poter ancora realizzare dopo gli 890 milioni di dollari del terzo capitolo su Peter Parker il raiminiano Drag Me to Hell (2009); Coscarelli imbocca l’altro lato della strada, con tre film negli anni ’80, due nei ’90 e solo uno nella prima decade dei 2000. Se Raimi è furioso e demente e fumettistico, Coscarelli ne rappresenta il lato in ombra, appartato: l’orrore carnale e devastatore esplode primariamente solo in Phantasm II (1988), il resto del girato del nostro è lastricato di un umorismo sofferto e cinico, che si nutre di un’infanzia e di un’adolescenza il più delle volte solitarie, volate vie in lunghe passeggiate e in lunghi silenzi. Come Truffaut vede e fa crescere Jean-Pierre Léaud/Antoine Doinel, così Coscarelli vede e fa crescere Michael Baldwin/Mike Pearson attraverso la saga del Tall Man, in un continuo shift tra orrore e fantastico, le cui uniche, tremende, ricadute non stanno nelle mutilazioni o uccisioni dei “Lurker” o delle “Sentinel”, ma nel rapporto tra Mike e il fratello Jody, nella vita normale negata al ragazzo, nelle tenebre quotidiane dentro le quali è destinato a sprofondare.

Coscarelli dispiega verso l’esterno queste pulsioni tramite invenzioni visive e narrative che si collocano al centro di un meltin’ pot che abbraccia indifferentemente alto e basso, lontano e vicino, pluri-registri che gli permettono di affrontare di testa e di pancia il progetto di John Dies at the End. Tratto dal libro di David Wong (alias Jason Pargin, senior editor di Cracked.com) nato come webseries nel 2001 e poi, visto il grande successo, pubblicato nel 2007 dalla casa editrice indipendente Permuted Press e poi ri-dato alle stampe con materiale aggiuntivo e hardcover dalla Thomas Dunne Books nel 2009, il film asciuga le 390 pagine del romanzo-trip di Wong – divenuto un cult e che conta già un seguito, This Book is Full of Spiders: Seriously, Dude, Don’t Touch It! – presentandoci due avventori in un ristorante cinese di una sperduta e anonima cittadina, Dave (Chase Williamson) e Arnie (Paul Giamatti): il primo cerca di convincere il secondo, un giornalista, delle sue capacità sovra-umane, per poterle rivelare al mondo tramite un articolo o un libro. E gli racconta di come agisce la “Salsa di Soia”, una droga proveniente dai recessi dell’universo che gli permette di vedere e sentire e capire tutto il tempo e lo spazio, e delle avventure venute dopo la sua assunzione, dall’incontro con il Dottor Marconi (Clancy Brown) alla guerra contro l’entità chiamata Korrok, e di come John (Rob Mayes) muoia alla fine…

Per vibrare alla stessa frequenza di questo meta- e psych- film basta riportare le parole del regista: “True story: I received an email from a robot on Amazon.com, and it told me if I liked the zombie book I just read, that I would like John Dies at the End. I read the little logline, and it was just amazingly strange. I thought, 'Well this might even make a good movie.' Plus, it had arguably the greatest title in motion picture history”.

John Dies at the End è tutto quello elencato in esergo: un folle e ininterrotto schiudersi di un bouquet di mondi bizzari e primitivi e biologici, il cui intersecarsi con il nostro provoca alterazioni fisiche e mentali irreversibili. Coscarelli ha sempre cercato nelle sue storie, nelle sue visioni, la fuga in avanti, il pensiero laterale che possa squarciare la parete di questa realtà per trovare un senso e una pace magari in un’altra, e in John Dies at the End questo avviene ancora una volta, con una consapevolezza cosmica che allarga il campo del dolore e della solitudine a dismisura, perché oltre alle battute sui cazzi e gli arachnicide qui si muore in modo atroce, piangendo, cercando di impedire come si può la fine delle propria esistenza e dell’universo. Anche se John muore alla fine.