I cortometraggi del 30 FESCAAAL: un cinema che cresce

Una ottima qualità generale dei cortometraggi, sempre un punto di forza del Festival e mai riempitivo occasionale, confermato in questa solida edizione in streaming su MyMovies

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Il buon livello generale del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, che in questa edizione in rete sostituisce, giocoforza, quella in sala dopo un anno di altrettanta forzata pausa, si riflette anche sulla qualità generale dei cortometraggi che sono stati sempre un punto di forza della manifestazione e mai riempitivo occasionale per fare crescere il monte ore di proiezione. D’altra parte, è stato detto anche negli anni precedenti, i cortometraggi per la loro natura diventano una più immediata e meno costosa forma di espressione per i numerosi cineasti che dal sud al nord del Continente africano si cimentano dietro la macchina da presa. Diventando, altresì, un’occasione più a portata di mano per intrecciare relazioni artistiche con il resto del mondo, in funzione delle numerose occasioni disponibili dove presentare il proprio lavoro.

Vi è innanzi tutto da sottolineare il quasi perfetto equilibrio tra autori e autrici, pur essendo ormai abituati, nel crescere delle edizioni del Festival, ad assistere ad una sempre e proficua partecipazione di autrici che con i loro film hanno indagato sulle necessità primarie che riguardano i diritti delle donne e il loro rispetto. Necessariamente, pertanto, le registe si trovano a diventare le punte dell’iceberg dei loro Paesi d’origine sulla parità di genere, spesso più auspicata che vicina ad essere realizzata. Due in particolare i film che testimoniano di questa difficoltà. Due opere che ci arrivano dai due estremi del Continente. Sadla della Sudafricana Zamo Mkhwanazi e The trap dell’egiziana Nada Riyadh. Due film che sembrano l’uno fare da cornice all’altro, colmando quel divario culturale che naturalmente esiste tra i due Paesi, che nelle immagini dei film restano accomunati da un unico obiettivo. Sadla è il veloce racconto, quasi in forma di parabola di un giovane nero che assiste all’abuso della Polizia nei confronti di un ragazzino. Più tardi con i suoi amici abuserà di una ragazzina che per caso ha incrociato il cammino del gruppo di giovani. Da lontano una donna, come lui aveva fatto in precedenza, guarda la scena con la rabbia di una sottile impotenza. In The trap invece il racconto di un estenuante abuso tra le mura domestiche, dove la fatiscenza e la sporcizia dell’abitazione diventano riflesso di un animo crudele che cova dentro l’uomo, che non può essere stemperato dai numerosi “ti amo” che rivolge alla sua giovane compagna, che non gradisce le sue attenzioni e sicuramente non ama quel marito imposto dalla famiglia.

Once upon a time in the cafè dell’egiziana Noha Adel e A fool God dell’etiope Hiwot Admasu Getaneh sono gli altri due cortometraggi della selezione diretti da registe. Due film che attingono, ad un mondo prettamente maschile, il primo da quello del calcio, ambientato in un caffè con tv durante una importante partita di calcio della nazionale di calcio egiziana, il film di Noha Adel indaga su quei meccanismi di esclusione che si manifestano nelle comunità quando qualcuno osa insinuare dei dubbi su un personaggio amato dalla maggioranza. Qui è il caso del calciatore Salah, una specie di gloria nazionale. Uno dei tifosi dice qualcosa di sconveniente nei confronti del calciatore e scatteranno i meccanismi di espulsione. Un riflesso delle dinamiche sociali che dalla metafora diventa, invece, pratica quotidiana nel formarsi delle minoranze a volte silenziose cui non viene riconosciuto o solo impedito di dare la propria opinione.

Attinge, invece, ad un mondo favolistico e infantile l’esile storia messa in scena dalla regista etiope che mette al centro una bambina che si ribella, ma solo intimamente, alle imposizioni della nonna con la quale vive dopo la morte della madre. La bambina assorbe la lezione degli adulti, ma con il proprio immaginario le utilizza secondo il proprio pensiero. Le parabole diventano quasi altro e solo così la convivenza con l’anziana nonna sarà sopportabile. Un modo indiretto per riaffermare una propria autonomia di pensiero e la necessità di affrancarsi da un pensiero spesso non più adatto, né più adattabile ai tempi.
Di notevole spessore artistico è il corto d’animazione congolese, realizzato con la tecnica dello stop and motion, Machini di Frank Mukunday e Tétshim. Il primo è regista e appassionato di animazione, Tétshim, invece, è un disegnatore e fumettista. Hanno fuso le loro esperienze per realizzare questo corto di raffinata fattura, che attraverso la difficile e complessa tecnica utilizzata, racconta di un disastro ambientale causato dalla presenza di una cava di cobalto, di cui il Congo è ricco, minerale che serve per realizzare le macchine elettriche e i cellulari. Una riflessione ambientalista efficace per un film breve, straordinariamente godibile e di alta qualità artistica.

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L’egiziano Yusuf Noaman con This is my night lavora invece sull’ansia di una madre che, contro il volere del marito, porta il figlio affetto dalla sindrome di down in giro per la città durante i clamori di una partita di calcio del campionato mondiale. Un incidente di percorso distrae la madre e il figlio si smarrisce per le vie della città in pieno delirio per la partita. Ma la fortuna l’aiuterà e ritroverà il figlio. Un film sul riaffermarsi del ruolo materno in una società in cui il ruolo maschile all’interno della famiglia è decisivo. Noaman dimostra un’ottima padronanza della macchina da presa e le sequenze durante le quali la madre cerca angosciosamente il figlio tra i fumi e i colori dei tifosi, restano impresse per la capacità di trasmettere quella disperazione.
Con Da Yie il ghanese Anthony Nti esplora il mondo infantile e le insidie alle quali sono esposti i bambini quando vengono a contatto con quello degli adulti. Il suo titolo che in twi significa buonanotte, è la metafora dello scampato pericolo o dell’oscurità che può avvolgere la vita dei due piccoli protagonisti. Il film è realizzato con un taglio realistico e per le sue qualità ha già mietuto numerosi riconoscimenti internazionali a partire dal famoso festival di cortometraggi di Clermont-Ferrand.

A testimonianza di una capacità del cinema africano di colmare un divario esistente con il più articolato panorama internazionale, va citato True Story, del tunisino Amine Lakhnech. True story è un film di genere, che affida all’horror e al demoniaco la sua trama. È uno dei pochi esempi di cinema in cui l’horror non nasce dalle tradizioni delle narrazioni, piene di agganci ad un immaginario malvagio, ma quanto piuttosto ad una favola nera girata in bianco e nero o con il colore rosso del sangue. La storia di una bambina che nasce con il cuore staccato dal petto. Una esplicita metafora di diversità sottolineata nel finale demoniaco. Un film interessante per l’ambientazione, a volte tutt’altro che africana, forse non del tutto risolto, ma di quel sicuro interesse per l’affacciarsi di un genere, con tutti i crismi di quella disciplina, alieno dalla cultura dei luoghi.
Rasta dell’ivoriano Samir Benchick è il racconto di una espiazione. Ambientato durante la guerra civile tra ribelli ed esercito regolare è la storia di un giovane rasta che traumatizzato dalla guerra parte alla ricerca di un combattente e finendo nella casa della madre del miliziano. Implorerà da lei il perdono per la sua morte. Un film che ha qualcosa di segreto, come il buio dentro il quale resta per gran parte ambientato. Forse del non del tutto risolto nella sua potenzialità, ma sicuramente il ritratto di una paura inspiegabile che si accompagna al clima di una guerra che diventa solo forma della paura.
Da ultimo dal Burkina Faso, Bablinga, di Fabien Dao, storia di un anziano che gestisce il bar Bablinga che dà su una magnifica spiaggia. Il bar chiude e lui aveva promesso a se stesso che quella sarebbe stata l’occasione giusta per emigrare in Francia. Ma nella notte e al mattino i fantasmi musicali di donne e uomini che hanno colorato con le loro musiche e le loro danze il bar lo terranno legato alla sua terra. Un film evocativo e poetico, fatto di trasparenze e di improvvise accelerazioni, di musiche sinuose che non possono che affascinare come i volti delle donne e la sensualità dei loro gesti. Bablinga, tra i film più belli del festival, sembra essere dedicato a chi non se la sente di fuggire e completa il quadro della bella selezione di cortometraggi che conferma, come si diceva la generale qualità di questo cinema che cresce.

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