Il tocco del peccato, di Jia Zhang-Ke

a touch of sinUn minatore esasperato dalla corruzione dei suoi dirigenti, un lavoratore migrante che ha scoperto la pistola come scorciatoia per vivere, una hostess di una sauna in lotta con l’amante sposato e clienti brutali, un giovane operaio che cambia continuamente lavoro in condizioni sempre più degradanti. Sono quattro storie che si intrecciano, si cercano, senza mai concretamente toccarsi, senza mai veramente mischiarsi. L’inverno del miracolo cinese, intriso di sangue, violenza e incidenti improvvisi, che in Cina li chiamano “Tufa Shijian”. Fiction e documentario, paesaggi campestri e metropoli, storia e rovina, archietetture lontane, sullo sfondo dello spirito più profondo dell’umanità. Capolavoro che non ti aspetti o che probabilmente era soltanto sopito, all’angolo di un fotogramma, come inattese comparse quieti prima dell’azione. L’uomo con un coltello in mano, in sospensione gravitazionale, che attende seduto l’ultimo saluto di una bambina, all’anatra da sgozzare, è rivelatore. Western, romanzo storico-popolar-criminale, “wuxia pan” in stand-by, in attesa che con Johnnie To si riprenda la strada maestra verso quel progetto insieme archietettato.

 

A proposito del regista hongkonghse, riverbera tra le maglie Exiled, e Green Snake di Tsui Hark, riverbera l’atto kitaniano (Kitano produce), scudisciate che graffiano il cuore. Tensione continua tra fondo e sfondo, lotta continua con l’oppressione della civiltà… dell’immagine, fordiano incastro visivo di corpi e la vita che scorre immobile. Il progresso è una minaccia, in un “touch of zen” avanguardista. Le città inghiottite dalle gole fameliche di Still Life, il lusso che si frappone all’oblio di 24 City, le trasformazioni fagocitanti di Shanghai in I wish I knew, con sguardo disincatato, aspro, frontale, selvaggio, tutto concentrato nella sua apparizione ancora una volta inattesa, in un night club con collana d’oro al collo e sigaro da faccendiero. Stavolta Lo spirito dello spazio e del tempo sembrano muoversi alla stessa velocità della materia immagine. All’inizio di un’esplorazione, per un bisogno di trovare visioni d’insieme stratificate nelle tracce lasciate dalla storia, e, ancora, angoli periferici rimembranti e parziali, in cui perdersi nella poesia della manualità cinematografica, nella tormentata fatica a resistere. Cinema spirituale (come quello di Kitano) che non è propriamente un sogno e neanche un fantasma, a volte vicoli ciechi dell’immaginario, ma il dominio di una scelta esistenziale, di una caparbia e, al tempo stesso, sconvolgente sensualità di sguardo. Microcosmi, sugli spazi stretti, desolanti e scomodi . Sempre corpi in tensione: lo spazio è fatto di intercapedini che si aprono alla precarietà dello sguardo nel cinema, il tempo è in un altro tempo, lotta per fermarsi ma è stravolto dalla natura, dall'uomo. Ancora una volta, sembra di restare fermi ma in realtà si è sempre in bilico, vibrando tra l'astratto e il materico, nel parco d'attrazione digitale che abissa il moderno e annichilisce il reale.

 

Zhang-ke, figlio legittimo della globalizzazione del cinema, viaggia tra i terminali del visionario quotidiano e dell'ordinario onirico. I rumori della metropoli ipertrofica si perdono nel silenzio di paesaggi non virtuali come in The World, "terre" in miniatura dove si rischia di diventare fantasmi a forza di starci tutto il giorno. Zhang-ke, resuscita la natura morta, riesce a trovar vita anche tra le macerie e la polvere dell'esistenza. Non è cinema parallelo ma cinema di preparazione e azione, dove i mondi si muovono nello stesso spazio. È lo spazio desiderato, angusto, agognato che senti di cercare, per una terra che sembra saper far scivolare addosso le ingiustizie, la pioggia insistente, gli squarci della terra che divorano l'opera dell'uomo moderno stratificata nel passato millenario. L'inizio è tarantiniano, verrebbe da dire: un uomo su una moto osserva il camion ribaltato sulla strada, con una mela che fa “volteggiare”, in attesa di una folgorazione. È cinema che pulsa nell'istante stesso in cui la realtà si rivela, come quando sulla barca della traghettata, da una sponda all'altra, si cerca un angolo dove sedersi e mangiare, dove poter essere in contatto con il respiro del cinema. Rossellini lo vedi accendere quei fuochi d’artificio di fine anno, o le luminarie della città incorniciata. Herzog lo senti scivolare tra l'ambigua implosione, viscoso riverbero globalizzante (tutto il mondo in miniatura) di esseri che ridono e piangono.  È  cinema altro: si è dentro/oltre il cinema stesso. Plumbeo è a volte lo schermo e il fuori dell'inquadratura non è escluso, esiste e si annuncia, come per Jean Marie Straub, dove il cinema si fa coscienza della mortalità dell'uomo, ma non della sua immagine, fremito di "divina voluptas", tra gli spazi celesti e la terra.  Il movimento continuo ci salverà, tra l’archeologia industriale che fonde catene di montaggio antopologiche. Ossimori visivi che stavolta esplodono più che implodere, come quel palazzo in Still life. L’archeologia industriale di Zhang-ke è indagine della vita valoriale del tempo:  scorre su un nastro trasportatore sempre meno disposta in sequenze  ordinate, incrociando ancora un corpo che accorcia e un altro che allunga, un corpo che taglia la strada ed altri che compattano il campo, come nell’ultimo fotogramma, di volti, spettatori teatrali di satire politiche, acrobazie in costume, stridenti grida di giustizia e libertà.    

Titolo originale: Tian zhu ding
Regia:
 Jia Zhang-Ke
Interpreti: Wu Jiang, Wang Baoqiang, Zhao Tao, Xiao Hui, Zhang Jiyai, Luo Lanshan, Li Meng.
Origine: Giappone, Cina, 2013
Distribuzione: Officine UBU
Durata: 133'