"Invictus", di Clint Eastwood

M. Freeman - M. Damon, Invictus 
A prima vista diresti che questo è un film in cui Eastwood si tiene un passo indietro, offre la sua grande mano a una grande storia vera e al sogno dell'amico Morgan Freeman di portare sullo schermo Mandela, ma ben presto ti accorgi che non è solo così: Invictus è un paradigma estwoodiano pieno sospinto nella prassi della realtà, anzi nella concretezza della Storia

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Le braccia aperte di Matt Damon/François Pienaar, distese a misurare l'area della cella in cui Nelson Mandela ha trascorso trent'anni della sua vita, sono un richiamo troppo forte all'ultima immagine che ci è rimasta di Walt Kowalski in Gran Torino, disteso a terra, colpito a morte, crocifisso al suo perdono… Invictus parte da qui, dal lavoro lento e inesorabile di una spiritualità che costruisce il senso della vita nella prassi di un umanesimo materiale, concreto, faticoso, capace di ferire, rompere le ossa, ma infine anche guarire: è questo il cinema di Clint Eastwood, il passo lento di una ricostruzione umana che si chiude in se stessa per misurarsi con la realtà. A prima vista diresti che questo è un film in cui Eastwood si tiene un passo indietro, offre la sua grande mano a una grande storia vera e al sogno dell'amico Morgan Freeman di portare sullo schermo Mandela, ma ben presto ti accorgi che non è solo così: Invictus è un paradigma estwoodiano pieno sospinto nella prassi della realtà, anzi nella concretezza della Storia, la materializzazione di un mondo in cui la rigenerazione è un dato di fatto e appartiene agli annali. L'eterno tema eastwoodiano della ferita interiore, del dolore che genera rabbia, dell'inconciliabile paura del proprio rancore, della separazione intima e della frattura esistenziale, si incarna qui nel corpo di un'intera nazione, il Sud Africa, e nella storia del suo liberatore, Nelson Mandela. E diventa materia di una storia in cui un uomo che ha subito l'odio spinge il suo nemico d'un tempo a farsi emblema del perdono e strumento di ricomposizione.  

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Il Mandela di Invictus è il superamento del corpo eastwoodiano: ne porta le ferite e subisce la stessa solitudine (chi gli sta attorno lo rispetta ma non lo capisce davvero, la famiglia lo rifiuta), ma allo stesso tempo libera nella realtà la sua visione interiore, proietta nell'eroe positivo il suo spirito e lo guida verso la vittoria. Pienaar dovrà aprile le braccia in quella cella, provare lo spazio interiore di Mandela per comprenderne la grandezza, ma saprà realizzare questa intima comprensione solo nel proprio spazio, guardando il mondo dall'alto della sua stanza d'albergo. Il processo di avvicinamento è lento, Clint lo sviluppa con calma, senza enfasi alcuna, dando il tempo all'immagine speculare di Mandela e Pienaar di ricomporsi sullo scenario di un paese fatto di nemici da riunificare: materia eastwoodiana piena e assoluta, che il film tratta da biopic solo in superficie, tendendo l'arco di una raffigurazione morale del mondo di rara tenuta. Se Changeling era il dramma dell'apparenza, di una donna che oppone la sua perdita a un falso ritrovamento, la sua verità alla falsa verità impostale del mondo; se Gran Torino era il dramma della confusione (tra spazi, gesti, mondi) implosa nella rabbia interiore di un uomo inconciliato e risolta nel suo sacrificio, ebbene Invictus è il film della ricomposizione, della rigenerazione, della liberazione nella realtà: un film di corpi che si urtano, si spingono, si feriscono, si liberano nel cuore di uno sport in cui si può solo passare la palla a chi sta un passo più indietro di te, per farlo avanzare…

Titolo originale: id.
Regia: Clint Eastwood
Interpreti: Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 133’
Origine: USA, 2010

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