Jason Bourne, di Paul Greengrass

Forse è nel destino che la saga di Jason Bourne debba essere solo nelle mani di Paul Greengrass. Quando il regista di Green Zone non è stayo dietro la macchina da presa, come nel primo The Bourne Identity e nel quarto, The Bourne Legacy, Matt Damon sembrava smarrito in una normale spy-story che soprattutto sotto la regia di Tony Gilroy sembrava aver definitivamente chiuso il ciclo. Forse, pur essendo ingenerosi nei confronti degli altri due episodi, bisognerebbe soltanto considerare la saga come una trilogia, composta da The Bourne Supremacy, proseguita con The Bourne Ultimatum e proseguita con quest’ultimo Jason Bourne. Forse mancherebbe il tassello narrativo del primo film. Ma se ne potrebbe fare tranquillamente a meno. Invece da un punto di vista visivo ci sarebbe una continuità impressionante, con Matt Damon accecato da una furiosa fisicità ma al tempo stesso trasformato in entità astratta, come una specie di corpo digitale che potrebbe apparire invisibile e, contemporaneamente, comparire all’improvviso, agli altri personaggi.

Il personaggio creato dalla penna di Robert Ludlum stavolta è costretto ad uscire allo scoperto. Tormentato dal passato, ossessionato dalla morte del padre, va alla ricerca della verità. Ed è stretto in una morsa. Da una parte il killer (interpretato da Vincent Cassel) che lo vuole fare fuori e dall’altra ha alle costole anche la CIA con il suo risoluto direttore Robert Dewey (Tommy Lee Jones) e l’agente Heather Lee (Alicia Vikander).

vincent cassel jason bourneTra Atene, Las Vegas, Roma, Berlino, Londra, Reykjavik, Greengrass opera un continuo decentramento geografico, carica ogni sequenza fino all’eccesso attraverso un montaggio che crea energia pura e che fa crescere un tasso di adrenalina incontrollabile. Già dalla scazzottata, con frammenti che sembrano arrivare dal cinema di Walter Hill (in questo caso L’eroe della strada), Jason Bourne inghiotte in un vortice, porta dentro i cerchi concentrici di una memoria simulata o da recuperare (“Ti torturi su quello che hai fatto ma non sai quello che hanno fatto a te”) e sovrappone l’ambiguità tra il volto di Matt Damon e le immagini con le foto che lo devono identificare. Come se i piani su di lui fossero fissi o i dettagli sulla sua immagine improvvisamente si animassero.

alicia vikander matt damon jason bourneC’è spesso un’illusione o un dubbio che l’immagine che si sta guardando sia quella giusta. Come in The Bourne Supremacy Greengrass mescola intenzionalmente il proprio punto di vista con quello del protagonista, sta addosso ai personaggi con piani ravvicinatissimi. La macchina da presa sta lì, attaccata e sembra quasi non voler far respirare. Ma soprattutto la maestria del cineasta è nelle scene di massa, con la protesta della folla o i supporter della sqquadra di calcio, dove la perdita di un centro nevralgico dell’azione è solo spparente. Non è eliminato, piuttosto si moltiplica anche all’interno della stessa inquadratura. L’azione è incessante, con scene che lasciano il segno: l’eslposione, l’inseguimento in moto, il blindato della polizia dentro il casinò di Las Vegas mostra a quale velocità può correre l’action moderno. Mantenendo una sua impressionante solidità che sembra arrivare anche dal cinema statunitense degli anni ’80. E la continuità della saga, e anche la sua forza, è data dal fatto che anche ogni singolo film può vivere autonomamente. Cosa che è riuscita a Greengrass e e non a Liman e Gilroy. E come Fast & Furious, dopo 14 anni non invecchia mai. Anzi, sembra migliorare sempre di più nel corso degli anni. Perché Jason Bourne, nell’action moderno statunitense, lascerà il segno per parecchio tempo. E stavolta c’è anche la forte presenza di Alicia Vikander che potrebbe accompagnarlo in altre nuove, improvvise variazioni. Sempre con Greengrass però.

Titolo originale: id.

Regia: Paul Greengrass

Interpreti: Matt Damon, Tommy Lee Jones, Julia Stiles, Alicia Vikander, Vincent Cassel

Distribuzione: Universal

Durata: 123′

Origine: Usa 2016