Josep, di Aurel

La storia di un’artista attraverso i ricordi stimolati dai tratti di un disegno. Per tenere viva la memoria e evitare di ripetere gli stessi sbagli. In sala da oggi al 1° settembre.

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Eserciti in rotta, disperati in fuga, violenza e disagio, campi di concentramento, fame e morte. Aurel, illustratore per Le Canard Enchaîné e Le Monde, nel suo film d’animazione non cade troppo lontano dalla realtà contemporanea, basti pensare alla Siria o all’Afghanistan per limitarci alle situazioni più immediatamente note e tacere dell’Africa, pur ambientando la sua storia, con l’aiuto dello sceneggiatore Jean-Louis Milesi nel Febbraio del 1939, in una Francia diventata terra promessa per le centinaia di migliaia di spagnoli repubblicani arrivati attraversando i Pirenei per evitare la cattura dei franchisti dopo la caduta di Barcellona. E confinati invece in un lager (molto numerosi ed attivi nell’internamento degli zingari fin dal 1930), umiliati e offesi da una gendarmeria piena di abitudini fasciste tra prepotenze e superomismo. Non avevano elefanti e fama di conquistatori come Annibale, ma un unico bagaglio nella fiducia in uno stato fiero di mostrare la scritta Liberté, Égalité, Fraternité come una bandiera, eppure già infettata dal virus del nazionalismo, un’ideologia complice del regime di Vichy instaurato un anno dopo dal maresciallo Pétain nel Luglio del 1940 in appoggio degli invasori nazisti.

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Il racconto prende il via proprio da un gendarme, ormai invecchiato e ridotto all’immobilità di un letto, impegnato a narrare le vicende di Josep Bartolí, un famoso artista e combattente catalano conosciuto nel periodo della prigionia, al giovane nipote rimasto ad accudirlo al capezzale. L’esercizio della memoria attivato dai ricordi rievoca quel clima di sopraffazione figlia di un’intolleranza verso i più deboli, resi vulnerabili da un separazione forzata e smarriti in un presente spietato. Nei disegni la scelta cromatica segue le tonalità emotive. Usa la nebbia, la pioggia o il fumo, una vista offuscata dal malessere di vivere in cattività, incerto sin dallo sguardo, disturbato quasi fosse costretto ad osservare nelle fragili crepe di un vetro rotto, ma non rinuncia a diventare luminosa e musicale quando c’è da rappresentare un viaggio in Messico, arricchito dall’incontro con Frida Kahlo, e l’inizio di un’amicizia. Poi naturalmente c’è l’amore. L’amore c’entra sempre. Di una donna, una canzone, un libro, un quadro. C’è qualcosa o qualcuno da trovare, o da ritrovare, perso tra le macerie della disfatta bellica, un pianto, un sorriso, un volto.

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Tutto aiuta a ricostruire un’atmosfera d’epoca, per tenere a mente le basi di origine dei mali odierni, con i profughi allora insultati con gli epiteti comunista ed anarchico e già considerati clandestini della terra, oggi considerati usurpatori di privilegi riservati al primo mondo. Il film è un vero e proprio attivismo politico cinematografico, un manifesto reso semplice dalla raffigurazione delle abitudini del quotidiano e complicato nella comprensione postuma di eventi traumatici seguiti alla guerra civile, le parti coinvolte, le ragioni, la crudeltà di dover uccidere per evitare di finire ammazzati. Un linguaggio accessibile, usato dal regista a scopo divulgativo, onde evitare di raccogliere i cocci di un nuovo disastro, magari annunciato stavolta nel tono intimidatorio dell’era social, pieno di odio e livore diretto contro lo straniero, il diverso. Per ritrovare l’umanità nell’unico modo possibile, facendo ricorso all’educazione, per diffondere i principi di un verbo libero dalla dittatura e dall’ignoranza, unico carburante utile ad alimentare il motore dell’intolleranza.

Titolo originale: id.
Regia: Aurel
Voci:

Sergi LópezGérard Hernandez, Bruno Solo, François Morel
Distribuzione: Lumière & Co. e Anteo
Durata: 71′
Origine: Francia/Spagna/Belgio, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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