"La bocca del lupo", di Pietro Marcello

la bocca del lupo pietro marcello

 Eppur parenti siamo in po’
di quella gente che c’è lì
che in fondo in fondo è come noi selvatica
ma che paura che ci fa quel mare scuro
e non sta fermo mai.  

(Genova per noi, P.Conte)

 

 

C'era un tempo in cui le città sapevano accogliere e trasformare le persone che vi arrivavano. Fantasmi di un paese in cambiamento, severo censore degli utlimi, violento con gli sconfitti, e per gente poco disposta al compromesso. Allora i vicoli e le piazze, i porti e le taverne diventavano le nuove famiglie di pazzi e folli, anarchici e socialisti, menestrelli e donne con le labbra di rosso. C'era un tempo, ma ormai è lontano. Lo sguardo di Pietro Marcello si veste della stanca solitudine di quelle anime e vaga in una delle città simbolo di quell'Italia, Genova. Porta sul mediterraneo, un tempo madre comprensiva e generosa con le sue sponde aperte ad ogni esistenza e natura. Che fosse uno straniero o una vecchia dama. Ma tutto è diverso, il grifone è scappato. La Genova notturna e languida raccontata dal regista non è più quella di Remigio Zena, dal cui romanzo ottocentesco il film prende spunto per il titolo, e le immagini di repertorio rimandano ad un mondo lontano ad una storia dimenticata fatta di rivoluzioni industriali spezzate, di sviluppo economico tradito, di sudore e lacrime versate da chi quella città l'ha amata e combattuta, portata in alto e abbattuta come gli alti piloni delle vecchie banchine. Gente come Enzo, venuto dal sud, presente passato tra il carcere e la sua Genova. Un volto scavato e baffuto che ricorda Paolo Conte. Un passato che sembra dar vita ai pugili solitari del cantautore piemontese. Quella durezza iraconda sottopelle del migliore Volontè, è lui lo sguardo-caronte delle notti genovesi di Marcello. La sua storia di ex detenuto alla prese con una vita da rattoppare e un amore passionale e infinito per la sua Mary. É lei la voce-caronte che traccia il racconto del regista, accompagna la macchina da presa lungo gli stanchi rivoli di Genova, solcati da voci africane e trans sudamericani,  è sempre lei a ricordarci quanto l'amore possa essere più forte della distanza e dei calci in pancia della vita. Marcello sembra trovare per caso quest'umanità generosa e ne rimane paralizzato. Ed è così potente e naturale la sua fisicità e la delicata figura di Mary che sembrano due bassorilivi emersi dal dal fondale di una città testimone del loro incontro in carcere, il distacco tenuto insieme dalle lettere, e l'atteso ritrovarsi. Tanto che lo stesso Marcello inizia a perdersi in questo racconto di vita, la sua bussola impazzisce di fronte all'energia impossibile di questo legame tra due anime salve. Così Enzo e Mary oscurano lo scenario, prendono il sopravvento sull'affresco documentaristico della città, ne comprimono la storia passata e presente. Loro sono riusciti a conquistarsi quel piccolo pezzo di futuro, una casetta sulle colline di Genova, che ad altri come loro sommersi e invisibili è, da sempre, precluso. Pietro Marcello sembra sempre più impressionare, dopo il successo del suo precedente lavoro Il Passaggio della linea uscito nel 2007, nel suo personale e intimo viaggio nella realtà, ma qui si sente un certo sbilanciamento nel procedere, quasi un passo faticoso nel registrare e documentarre. Come se quella bussola così precisa avesse improvvisamente perso la direzione. La scelta di portare La bocca del Lupo in concorso è stata fortemente voluta dal direttore Gianni Amelio. Rimane il dubbio che sia più una sfida.  

Regia: Pietro Marcello
Interpreti: Vincenzo Motta, Mary Monaco
Distribuzione: Bim
Durata: 67'
Origine: Italia, 2009