La gabbianella e il gatto, di Enzo D’Alò

Un po’ brutto anatroccolo, un po’ gabbiano Jonathan Livingston: la crescita come scoperta dell’alterità (la propria, l’altrui) e coraggio di essere questo sé scoperto attraverso e malgrado l’altro. Catapultando le avventure pennute di Andersen e Bach sulla scena di un mondo immondezzaio che solo i ragazzini potranno, ancora una volta (dopo Elsa Morante, ma anche dopo Francesco de La freccia azzurra e prima di Momo), salvare. Per l’esattezza una ragazzina: unica tra gli umani in grado di comunicare con gli animali – ossia sentire e rispondere al grido di aiuto della natura – con buona pace per tutti i detrattori di Greta Thunberg e compagni. E con l’urgenza profetica di una favola sulla diversità e sulla solidarietà in tempi di porti chiusi, razzismo e caccia al migrante.

Perché La gabbianella e il gatto, riuscito confronto del regista d’animazione, Enzo D’Alò, con un testo letterario – il best seller di Luis Sepúlveda come prima con Gianni Rodari e poi Michael Ende e Carlo Collodi – parte dall’ultimo volo di un uccello migratorio. Durante il viaggio, la gabbiana Kengah finisce dentro una pozza di petrolio, in corto circuito con l’immagine simbolo, benché fake, del cormorano incatramato della Guerra del Golfo. Prima di morire riesce a deporre il suo unico uovo sulla vicina costa amburghese e a strappare al gatto Zorba la promessa di non mangiarlo, covarlo, e, una volta schiuso, di insegnare al pulcino a volare. Singolare missione di aiuto tra specie diverse che coinvolgerà l’intero branco di gatti, diventando preziosa lezione di “umanità”. Non a caso viene messa da parte la prospettiva antropomorfica del disegno Disney: se gli animali non possono (più) essere umanizzati nella rappresentazione, è perché gli umani sono (ora) animali snaturati che hanno perso l’empatia (e il buon senso) che accomuna le varie specie. Eccezion fatta per l’infanzia, nella poetica di D’Alò. E la poesia, nell’attivismo ambientalista di Sepúlveda. Tra i bambini, Francesco, protagonista dell’esordio dickensiano La freccia azzurra, in lotta, insieme a uno sparuto esercito di giocattoli artigianali, contro un consumismo industriale che ha consumato anche la magia del Natale e dei suoi doni; Momo, creatura di Michael Ende (La storia infinita), alle prese coi ladri di tempo; Pinocchio, emblema estremo della capacità di rivivificazione dello stato infantile, presente nel primo lungometraggio (il cagnolino di pezza che diventa un cane vero) e nell’omonima rivisitazione del classico di Collodi. Tutti orfani, evidentemente, di un mondo adulto sempre più irresponsabile a cui saranno i piccoli, Greta docet appunto, a dare una lezione. O che cercano senza mai trovare, come il “Mapà” per i protagonisti della serie Pipì, Pupù e Rosmarina, ideata dallo stesso D’Alò (già regista degli episodi televisivi de La Pimpa). Non è orfana invece Nina, figlia di poeta e amica degli animali ne La gabbianella e il gatto: un’invenzione originale del film rispetto al romanzo, dove ad aiutare la gabbianella Fifì a volare è direttamente il poeta, mentre l’unico bambino presente è l’umano di Zorba ed è in vacanza per tutta la durata della storia.

È soprattutto la letteratura che salva il mondo nel mondo di Sepúlveda: dal Vecchio che leggeva romanzi d’amore al poeta che può aiutare Fifì a volare perché capace di «volare con le parole» e doppiato nel cartoon dallo stesso autore cileno (nel doppiaggio anche Carlo Verdone, Antonio Albanese e Melba Ruffo di Calabria). Il valore della poesia, sia pure come portato precipuo dell’infanzia, viene comunque affermato nel film attraverso il rimando ironico all’Enciclopedia del gatto Diderot, la soluzione omerica alla guerra coi topi delle fogne (il cavallo di Troia), la collaborazione padre-figlia alla costruzione meta-narrativa della storia. E, all’interno di essa, alla citazione iniziale dei bellissimi versi di Bernardo Atxaga dedicati ai gabbiani e al loro «piccolo cuore» di «equilibristi». Parole che sembrano riecheggiare quelle di Apollinaire sul volo oltre l’ «orlo» del baratro e la sua paura (E volarono) e, attraverso di esse, al «vola solo chi osa farlo» del finale (ma solo nel romanzo). Una chiusura alla Jonathan Livingston che ci riporta al confronto col brutto anatroccolo: se la creatura di Andersen, uscita dall’uovo, deve imparare che non è un anatroccolo ma un cigno, così la gabbianella deve capire che non è un gatto; in entrambi i casi, parafrasando Todorov, l’identità può trovarsi solo scoprendo l’io nell’altro e che l’io è, a sua volta, un altro. Ma le analogie finiscono qui, perché se il “falso” anatroccolo per sopravvivere deve cercare i suoi simili lasciando il territorio nemico dell’alterità (il che ne fa un modello potente di fiaba per «donne che corrono coi lupi» secondo Clarissa Pinkola Estés, nel suo viaggio dell’eroe al femminile), la gabbianella, per essere se stessa, deve accettare di separarsi da quell’alterità amica che la traghetterà verso il suo vero sé. Ciò che per l’uno è un problema da superare, per l’altra è soprattutto un’opportunità. Mentre il grande volo – stigmatizzato dalla stessa Pinkola Estés nella versione acrobatica ed egocentrica alla Livingston – ha per Fifì il respiro anti-agonistico del sogno condiviso. E del coro funebre dei gatti del porto per un essere di specie diversa. Qui, sulle musiche di David Rhodes (con brani di Ivana Spagna, Leda Battisti, Samuele Bersani e Gaetano Curreri), lo straniero non è più un pericolo, né può essere scambiato per serpente o lupo mannaro come nel sogno di Oblomov analizzato da Maurizio Bettini, ma ha ali argentate di gabbiana che batte il suo addio dentro gli occhi umidi di un gatto amico.

 

Regia: Enzo D’Alò
Distribuzione: CG
Durata: 75′
Origine: Italia 1998