La isla mínima, di Alberto Rodríguez

Un suolo fatto di vene e aorte fluviali che si diramano in un territorio nebuloso e afoso, umido, come lobi celebrali, come un espressionismo della natura attraverso cui la terra mostra la divina indifferenza nel quieto scorrere di se stessa, mentre tutto attorno di divino non c’è proprio nulla. E così si presenta nel film di Alberto Rodriguez la riva del Guadalquivir, a sud della Spagna, trama mentale e fisica di La isla mínima, mostrata nella sua spettacolarità grazie a delle riprese aeree che aprono il film, ambientato in un borgo sviluppatosi sulle rive del fiume. Trentamila ettari di campi di riso, pochi abitanti, eppure una serie di terribili delitti attuati nei confronti di donne che poi la memoria collettiva ha quasi dimenticato per ritornare alla luce con un nuovo episodio: due adolescenti men che maggiorenni sono scomparse, quel che resta di loro sono dei negativi fotografici parzialmente bruciati, che le ritraggono in atteggiamenti sessuali, e “voci” degli abitanti del luogo. Una coppia di investigatori provenienti da Madrid viene mandata in missione per fare i conti con il passato di quel posto, di se stessi e in qualche modo della Spagna dell’epoca (il film è ambientato nel 1980, quando la Spagna è da poco uscita dal franchismo, di cui è ancora carica di traumi e responsabilità, incarnate nel personaggio di Javier Gutiérrez). Dei poliziotti erano già stati protagonisti di Grupo 7, ambientato nello stesso decennio e già portatore di una riflessione sul regime grazie al confronto in particolare tra i due poliziotti protagonisti, uno nato in democrazia e uno più anziano.

La isla mínima (che ha ottenuto 10 premi Goya su 16 nominations) è un film cupo – troppo semplicemente viene in mente un paragone con True Detective per atmosfere, personaggi e situazioni – dove a essere protagonista è lo sguardo, la vista: qualcuno ha visto le ragazze salire in una macchina, i poliziotti seguono e spiano il presunto killer, e poi si spiano anche tra loro, nell’immensità dei luoghi c’è sempre qualcuno che guarda nascosto tra le coltivazioni che può attaccare all’improvviso, c’è perfino un personaggio veggente che guarda dentro. E ancora, fondamentale è l’importanza dei negativi e della fotografia, un blow up che nel finale si fa storico e non privato, come nel caso di Antonioni.

Rodriguez si allontana dal contatto con i corpi, come invece aveva fatto con After, passato per il Festival di Roma, per dar spazio piuttosto alle profondità di campo, alle inquietudini collettive accompagnate da un  commento musicale viscerale di Julio de la Rosa che trasforma il film in qualcosa di quietamente perturbante.

 

 

 

Titolo originale: id.

Regia: Alberto Rodríguez

Interpreti: Javier Gutiérrez, Raúl Arévalo, María Varod, Perico Cervantes, Jesús

Distribuzione: Movies Inspired

Durata: 105’

Origine: Spagna, 2014