La Noche que mi Madre mató a mi Padre – Intervista con Inés París e Belén Rueda

La regista e sceneggiatrice e l’attrice raccontano La Notte che mia Madre Ammazzò mio Padre, frizzante commedia nera. In anteprima al Festival del Cinema Spagnolo e in sala dal prossimo 18 maggio

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Nell’ambito della 10a edizione del Festival del Cinema Spagnolo a Roma fino al 9 maggio 2017 presso il Cinema Farnese Persolabbiamo incontrato regista e attrice di una delle pellicole più attese, La Noche que mi Madre Mató a mi Padre, vincitrice del Premio del Pubblico al Festival di Málaga 2016.

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Un film nel quale succede tutto in una notte. Una black comedy con un cast in stato di grazia, in un esilarante intreccio che mescola Agatha Christie ed il più brillante humour spagnolo e che strizza l’occhio al whodunit e alle atmosfere del giallo deduttivo. Con i figli via di casa per una gita, Isabel (Belén Rueda) si propone di organizzare la cena di lavoro che suo marito Angel (Eduard Fernández) e la sua ex moglie Susana (María Pujalte) hanno in agenda con un famoso attore argentino: lo vogliono convincere a essere il protagonista del loro prossimo film, un giallo scritto dallo stesso Angel. A quel punto mancherebbe solo la coprotagonista e Isabel, attrice in cerca di una parte, sente che quella è la sua occasione per convincere tutti quanti. Ma nel bel mezzo della serata fa capolino lo stralunato ex di Isabel, Carlos (Fele Martínez), che ha urgente bisogno di parlarle.

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La cinquantaquattrenne regista e sceneggiatrice madrilena Inés París, al suo quarto lungometraggio (A mia Madre Piacciono le Donne, 2001; Semen, una Storia d’Amore, 2005; Miguel e William, 2007), ci intrattiene amabilmente e lascia trasparire tutto l’entusiasmo con il quale ha affrontato questo ultimo progetto cinematografico.

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La pellicola sembra omaggiare i più brillanti titoli della commedia nera, non solo americana, da Invito a Cena con Delitto di Robert Moore (1976) a Arsenico e Vecchi Merletti di Frank Capra (1944), da Misterioso Omicidio a Manhattan di Woody Allen (1993) a Funeral Party di Frank Oz (2007) fino a Crimen Perfecto – Finché Morte non li Separi di Álex de la Iglesia (2004) e a La Casa dei Giochi di David Mamet (1987). Quali sono stati i tuoi riferimenti cinematografici? “Si tratta di film che sicuramente ho visto ed apprezzato, ma amo dire sempre che nei miei lavori non uso altri riferimenti che non sia la vita stessa. Non guardo ad altri film o racconti od opere teatrali nel momento in cui scrivo un soggetto. Ad esempio, l’idea di partenza per questo film nasce da uno spunto reale, il racconto che una mia amica mi fatto di quella volta in cui ebbe la pessima idea di invitare a casa sua per il pranzo di Natale sia il suo ex che la ex del suo attuale compagno. Ecco, lei ci raccontava quella cena infausta con un certo tono di tragicità e fu allora che iniziai a pensare che in quel drammatico racconto c’era invece una stupenda commedia. Faccio i film che mi piacerebbe vedere. Quello che metto in scena è espressione della mia visione del mondo. Sono inoltre una grandissima lettrice. Ho il vantaggio che per mia indole – deve trattarsi di un fattore genetico – posseggo un misto di ironia ed ottimismo verso la vita. Ed è proprio questa miscela che cerco di sviluppare nei miei lavori. La commedia in sé è un genere che permette la manifestazione di tratti referenziali e personali all’interno del cinema, ma io la faccio ritraendo il mondo che mi circonda così come lo vedo e, solo in un secondo momento, aggiungendo qualche elemento di fantasia”.

Un interesse per la vita reale che investe soprattutto il concetto di famiglia e la sua evoluzione nel tempo: “Uno degli aspetti della realtà che amo rappresentare è la famiglia allargata dei nostri giorni perché mi dà modo di descrivere un nuovo sistema di relazioni e di parlare di rapporti, di nuove famiglie, di persone separate, di bambini che vivono con i genitori che non sono i propri, di un amore inaspettato, di un mondo che cambia e si evolve” .

La pellicola ha un forte impianto teatrale, non fosse altro che per la scelta di ambientare la scena in un’unica unità di luogo – il labirintico villino di Isabel – e si basa molto sui dialoghi. Ecco, si nota una grande velocità e spigliatezza di dialogo piuttosto che un utilizzo artificioso del montaggio, con una macchina da presa mobilissima e vorace che insegue i personaggi. Qualcosa, insomma, che si sposa bene con la commedia degli equivoci e con il gioco al massacro della black comedy. Esilarante, poi, appare la rappresentazione parodistica delle prove teatrali di Isabel ad inizio della pellicola, con il regista che la sottopone ad un autentico tour de force per poi liquidarla dopo due ore di tentativi surreali sulla base di sciocche considerazioni anagrafiche. Ionesco diceva che il teatro ha avuto tre fasi: il teatro greco, che è stato il teatro della tragedia, in cui i personaggi sovrastavano lo spettatore e questi li vedeva come eroi e modelli archetipici; il teatro realistico, un teatro che mette sullo stesso piano i personaggi e lo spettatore, perché i personaggi hanno dubbi, tormenti e caratteristiche in cui lo spettatore si immedesima; il teatro dell’assurdo, nel quale lo spettatore è posto al di sopra dei personaggi in quanto è chiamato ad interpretarne le sfumature di senso: “Sono stufa di maestri pedanti e credo che siano una prova di ignoranza bestiale. Noi dobbiamo avere una relazione strettissima con la cultura, essa è parte integrante della nostra esistenza, non è una installazione delle Accademie. Coloro che non sanno riconoscere che Cervantes stesso era un drammaturgo che stava dalla nostra parte sono persone che, in realtà, non sanno cosa è la cultura. Isabel si trova di fronte un regista che è un pedante e uno sciocco che non sa fare altro che torturare i suoi attori. Per quanto riguarda il teatro, penso che il film faccia ampiamente uso di meccanismi scenici tipici di quel tipo di spettacolo perché emerge il personaggio che è sempre insito in una persona, la maschera che tutti noi indossiamo a seconda delle circostanze. Io provengo da quel mondo e il teatro è costituito da due elementi essenziali: testo e attori. Sono proprio queste le cose che più amo nel cinema e mi sono sempre battuta per preservare questi aspetti creativi di contro a quelli più strettamente tecnici che rischiano di fagocitare la lavorazione di un film. Credo che nel film sia difficile distinguere finzione e realtà, menzogna e verità. Credo che in fondo siamo tutti maschere e che, dopo tutto, si tratta soltanto di essere maggiormente consapevoli di questi aspetti di finzione. Solo la tentazione di girare un thriller potrebbe minacciare il mio matrimonio con la commedia. In questo film ci sono elementi di tensione e di intrigo ed è qualcosa su cui voglio continuare a lavorare. Ma la visione ironica, la voglia di trasgredire e il piacere di far ridere la gente non li cambierei per nulla al mondo. Amo guardare quei film in cui non si sa che cosa accadrà ed è esattamente quello che cerco di trasmettere con i miei lavori”.

2016050219223484748Sono trascorsi quasi nove anni da quando Inés ha diretto il suo ultimo lungometraggio. Nel frattempo, si è dedicata soprattutto ai documentari e alle serie televisive, come Ellas son Africa (2010), IGUAL-ES (2011), Manzanas, Pollos y Quimeras (2013), dove si tratta molto delle donne e della condizione femminile. Quanto è importante questa vocazione sociale e politica nello sviluppo dei tuoi lavori cinematografici? “Non sono francese, quindi non posso dichiararmi una regista filosofa. Battute a parte, trovo che la commedia non sia affatto un genere banale, al contrario è qualcosa di molto serio. Sono molto interessata a quello che succede nel mondo e cerco di sfruttare la mia posizione comunque privilegiata di autrice per portare la gente a riflettere su temi importanti ed attuali, sia usando toni comici per trattare argomenti drammatici sia servendomi dello strumento documentaristico per dare spazio a sfumature ironiche e grottesche”.

La regista proviene da un background familiare di tutto rispetto. È, infatti, figlia di un importante filosofo basco, Carlos París, autorevole esponente della filosofia della scienza e sostenitore dell’importanza della tecnica nella società. Professore di Filosofia all’Università di Valencia tra il 1960 e il 1968 e animatore di una frangia clandestina antifranchista, è stato anche un letterato, poeta e novelliere che non ha mancato di utilizzare l’arma della satira per rappresentare la condizione del suo paese, come ne La Máquina Speculatrix. Cuatro sarcasmos sobre el mundo actual (1989) e in Bajo Constelaciones Burlonas (1981). Ci racconti che atmosfera si respirava a casa quando eri ragazza e che influenza ha avuto la figura di tuo padre nella tua evoluzione artistica, ricordando tra l’altro che sei laureata in Filosofia con indirizzo Estetica e Teoria dell’Arte?Ho un amico che una volta mi ha confessato che quando veniva a trovarci da giovane a casa raccontava poi a sua madre che i París vivevano in una biblioteca. Questo passato ha inciso molto sulla mia formazione ma l’ho capito solo con il tempo. Allora mi sembrava la cosa più normale del mondo che durante una cena si disquisisse a tavola fino alle due del mattino della differenza tra etica e morale, soltanto da adulta ho capito quanto fosse eccezionale quell’atmosfera. Era una casa frequentata da molta gente di cultura, intellettuali, dissidenti politici, antifranchisti e ricordo che venne a trovarci anche il medico che assisteva Salvador Allende circa un mese dopo gli avvenimenti del 1973. Ma nonostante questo, la figura di mio padre, per quanto autorevole, non era magnificata e questo accadeva grazie a mia madre, una persona di grandissima ironia. Entrambe le figure genitoriali hanno influito molto su di me. Mia madre è stata vittima di un attentato terroristico in Spagna. E non è un caso che la parola madre appaia nel titolo di alcuni miei film. In un certo senso, ho cercato di darle una seconda vita, a quanto pare molto complicata”, chiosa, sorridendo, la regista.

La pellicola si regge molto sulla straordinaria capacità interpretativa e mimica degli attori. A cosa hai pensato in particolare nel momento di scrivere la sceneggiatura? “Ho pensato subito a Belén Rueda come attrice protagonista perché avevo letto una sua intervista in cui dichiarava che voleva cimentarsi in una commedia, un genere che non aveva mai affrontato. Si tratta, tuttavia, di un metodo estremamente pericoloso perché se poi l’attore per il quale scrivi il soggetto e attorno al quale intendi costruire la storia dovesse rifiutarsi di interpretare il ruolo, ecco che il progetto fallisce. Il personaggio di Isabel ha molte cose in comune con l’interprete: anche lei è un’attrice, non è più una ragazza, è una bella donna. Tuttavia, Isabel è decisamente più disperata di Belén e i suoi conflitti sono più estremi. Ella si sforza di trovare ancora delle parti importanti a teatro o nel cinema e di vivere con un uomo che la ama, ma che l’ha classificata come emotivamente fragile e dipendente, quando in realtà è una donna intelligente, fantasiosa e con una inarrestabile forza di volontà. Nel film ci sono contrattempi, pasticci, misteri, situazioni imprevedibili e molte sorprese. Ma tutto ciò nasce da una logica assoluta: i personaggi si comportano con totale coerenza. Il problema è che essi sono come paralizzati in un grande pasticcio e in quelle situazioni estreme anche tutti noi diventeremmo piuttosto folli”.

LA_NOTTE_CHE_MIA_MADRE_AMMAZZO__MIO_PADRE_2017La regista dichiara che il personaggio interpretato da Eduard Fernández riflette molti aspetti della sua personalità e dimostra la tendenza ad infarcire i suoi film di omaggi a persone reali a lei care, ad esempio il nome del personaggio interpretato da Belén Rueda è lo stesso di quello di sua sorella. Sono ulteriori dettagli che rendono questo progetto estremamente personale. Nella pellicola, poi, ritorna María Pujalte, con la quale la regista ha lavorato in più occasioni. “Maria è una grande attrice ed un’amica preziosa. Mi conosce molto bene e sa perfettamente quelli che sono il mio mondo creativo e le chiavi di lettura che cerco in una storia. Con lei è tutto facile, è mia complice. Mi piace creare personaggi femminili complessi con diversi tratti caratteriali e che siano protagonisti dell’azione scenica. Tuttavia, per rendere i loro personaggi interessanti è necessario che siano circondati da personaggi maschili alla loro altezza ed altrettanto ricchi di sfumature. Quello che accade è che nel mio cinema le donne catturano maggiormente l’attenzione perché troppo spesso sullo schermo vediamo personaggi femminili stereotipati che hanno poco a che fare con le donne reali”.

Inizialmente, la parte affidata all’attore argentino Diego Peretti – che interpreta sé stesso – era stata pensata per John Malkovich. A tale proposito, la regista racconta che, mentre scriveva la sceneggiatura, una sua cara amica aveva una relazione sentimentale con il celebre attore americano, ma che, nel momento di girare, la loro storia era entrata in crisi e quindi non se n’è fatto nulla. “Questo dimostra una volta di più quanto la realtà e ciò che mi succede intorno influiscano sul mio modo di scrivere e di raccontare. Tutto quello che accadeva in quel momento è entrato, in una certa misura, nel film e nell’intero processo creativo, per questo mi piace definirla una pellicola molto viva. A proposito di Peretti, mi sono informata sulla sua storia personale e sono venuta a  sapere che, oltre ad essere attore, era anche psichiatra. Insomma, il personaggio più comico del mondo. Anche il modo in cui abbiamo girato e realizzato le prove è stato fonte di ispirazione e di continui stimoli: non avevamo fondi a sufficienza, così le abbiamo fatte in casa mia e, talvolta, erano presenti anche dei miei amici. Questo ha contribuito a creare un’atmosfera familiare sul set e una grande carica di empatia tra gli attori e le varie maestranze”.

L’idea che sta alla base del soggetto ed il processo creativo della scrittura sono gli aspetti che Inés ama di più nel procedimento cinematografico. Quando subentra, poi, la fase di montaggio, la cosiddetta scaletta, in cui bisogna passare in rassegna le diverse sequenze con un approccio più scientifico e meticoloso, ecco che la regista va in crisi, comincia a tergiversare, a distrarsi e a guardare da un’altra parte. Ed è qui che è subentrata la figura di Fernando Colomo – che è anche il produttore del film – che realizzava delle vere e proprie schede tecniche su ogni situazione della lavorazione: “È un procedimento quasi architettonico, lo trovo piuttosto freddo. Amo molto il potere della parola, l’ingegno verbale attraverso il quale si costruisce una commedia. Fernando è stato fin dall’inizio nello sviluppo della storia e ha creato la intelaiatura complessiva, anche se la scrittura è totalmente mia. Per quanto riguarda il direttore della fotografia, Néstor Calvo, è il terzo film che facciamo insieme ed è il mio braccio destro sul set. Ne consegue che i miei film hanno esattamente l’atmosfera che cerco. Néstor è una fucina di idee interessanti e mi dà quella tranquillità di cui ho bisogno per dedicarmi agli attori e alla messa in scena”.

Due scene clou: quella dell’autobus e quella dell’automobile che precipita nella scarpata. Ce ne racconti la genesi e le difficoltà realizzative? “Per quanto riguarda la scena iniziale con l’autobus ed i bambini, devo riconoscere che mi sono pentita e ritengo che sia stata un errore, perché la location in cui è ambientata non ha aiutato la resa scenica di quel particolare momento. Quanto, invece, alla scena finale dellautobus, si è trattato di un’illuminazione, un’idea improvvisa che ho avuto nel momento in cui stavamo per cominciare le riprese. Nell’ultima redazione della sceneggiatura, quando ho pensato alla scena mi ritrovavo a ridere da sola come una matta e ho perorato tanto questa idea affinché la produzione non mi opponesse un divieto. Abbiamo combattuto ed ottenuto il bus. Il guaio era che Eduard Fernández era eccitato perché voleva guidare l’autobus ed eravamo tutti terrorizzati perché la scena alla guida era prevista di notte. Ha portato avanti alla grande la sua impresa, si è alleato con il vero conducente del bus affinché gli insegnasse a guidare a nostra insaputa in modo da convincere tutti di essere perfettamente in grado di guidarlo. Nell’ultimo tratto di strada verso la casa ha preso in pieno un palo della luce. Quanto alla scena dell’automobile che precipita, non avevamo altre macchine a disposizione, quindi c’era un’unica possibilità per fare le riprese e siamo stati davvero molto fortunati. È stato un momento davvero drammatico nella sua comicità”.

Inés è particolarmente sensibile al tema delle donne e alla loro condizione in un modo che resta fondamentalmente maschilista. Oggi, è un dato di fatto – racconta la regista – ci sono pochissime sceneggiatrici, pochissime registe e pochissime produttrici. Il 90 per cento dei posti di potere e dei ruoli dirigenziali – e non solo in Spagna ma in tutto il mondo – è occupato da uomini e questo incide anche sulla maniera in cui le donne vengono rappresentate in una sceneggiatura e in una pellicola. “Trovo che questo sia una grande ingiustizia. Una poetessa diceva che il più grande mistero dell’universo è la vita privata delle donne. Sono presidente di un’importante associazione spagnola, la Asociación de Mujeres Cineastas y de Medios Audiovisuales, impegnata su questo fronte e che tenta di sensibilizzare su questi temi e di promuovere meccanismi di presa di coscienza del ruolo delle donne nella società e nel cinema”.

belen-rueda--644x362La splendida cinquantaduenne Belén Rueda, tra le più apprezzate interpreti della cinematografia spagnola degli ultimi venti anni, racconta il suo approccio con la commedia e di come si sia calata in questo genere dopo pellicole drammatiche, thriller ed horror molto intense (Mare Dentro, di Alejandro Amenábar, 2004; Savage Grace, di Tom Kalin, 2007; The Orphanage, di Juan Antonio Bayona, 2007; Con gli Occhi dell’Assassino, di Guillem Morales, 2010; El Cuerpo, di Oriol Paulo, 2012). D’altra parte, Chaplin usava dire: “Vista da vicino, la vita è una tragedia. Ma vista da lontano, è una commedia”. Ti ritrovi in questa affermazione? “Sono convinta che Inés sia riuscita a conciliare questi opposti e a verificare questo paradigma. Ci sono diversi modi di fare commedia: c’è la caricatura, il portare il lato grottesco al limite e farlo esplodere, e c’è la vita reale con le sue sfumature. Ci sono momenti estremamente drammatici della vita che presentano aspetti comici o che, comunque, ti portano a provare sentimenti così intensi di dolore e di tensione da farti sentire la necessità di una risata liberatoria. Quando ho letto il copione sono rimasta entusiasta e, al tempo stesso, ho provato una terribile ansia, perché quando impari ad amare un ruolo e sai che è scritto per te temi di non esserne all’altezza. Mi è piaciuto moltissimo e ho avuto la fortuna di trovare una regista disponibile ed aperta al confronto. Si è creata con Inés una speciale empatia sin dal primo incontro. E sono stata subito sincera con lei, perché noi attori dobbiamo affidarci ai registi e metterci a disposizione delle loro idee. Così le ho detto che mi sarei affidata a lei e che avrei seguito tutte le sue indicazioni, ma che al tempo stesso avrei avuto bisogno di lei”.

La Rueda racconta che le piace lavorare da sola sul copione in modo da concentrarsi su tutti gli aspetti dell’interpretazione e che, solo in un secondo tempo, prova con il regista, quando ovviamente questi consente agli attori di farlo. “Ma con Inés abbiamo parlato molto. La commedia ha dei tempi davvero speciali e avevo bisogno di sentirmi a mio agio con lei. C’è stata una scena – quella in cui sono con Patricia e lamento il fatto che nessuno voglia parlarmi dopo il presunto incidente e che non mi ritengano capace di una simile azione – che ho rifatto tre volte usando accorgimenti diversi: una prima interpretazione molto misurata, una seconda leggermente più intensa ed una terza sovraccarica ed eccessiva. A me piace recitare in maniera naturale e senza ricorrere a particolare enfasi. Ovviamente Inés ha scelto quella più estrema”.

A parere dell’attrice spagnola, quando si recita è come se si avessero davanti tre film: il copione, quello che dice il regista e quello che si realizza con il montaggio. Se nella fase del montaggio si dispone della possibilità – oltre che del tempo e del budget necessari – di sperimentare nuove soluzioni, ecco che il film può prendere una direzione diversa: “Sul set si è creata una circolarità che ci ha permesso di rendere al meglio, anche perché avevamo ruoli di grande affinità – eravamo mogli, mariti, madri, padri, amanti – ed era quindi fondamentale che si stabilisse un clima di collaborazione e familiarità. Il risultato si vede a riprese ultimate, sembra tutto vero e vivo. Questo è accaduto perché Inés è una regista molto sicura e con una visione complessiva del proprio lavoro e dell’idea che vuole portare avanti, ma proprio per questo è disponibile ad ascoltare le idee che le possono venire da un attore. Non capita sempre, sulla base della mia esperienza posso dire che ci sono registi che, a causa della loro insicurezza, non ti lasciano minimamente uscire dai limiti del tuo ruolo e da quelle che sono le loro idee”.

tt4480494_7Tuttavia, racconta ancora la Rueda, non ci sono state grandi differenze nella preparazione e nell’approccio ad un ruolo comico. In realtà, l’attrice ammette di essere partita dalla stessa base. Del resto, pur essendo una commedia, si tratta di un film che affronta tante tematiche dolorose e drammatiche. Ad esempio, Isabel è una madre, una moglie ed una professionista che lavora. È una moglie che sente che il marito la trascura e non la considera abbastanza intelligente e alla sua altezza; è una madre i cui figli hanno ormai una propria vita autonoma ed è un’attrice che ha superato i quarant’anni ed è progressivamente messa ai margini dallo star system: “Sono proprio queste situazioni complesse che portano il film a strutturarsi come una commedia, perché spingono il mio personaggio a fare delle cose che, se si sentisse appagata o vivesse una situazione normale, non farebbe. Spesso mi hanno chiesto: Belén Rueda sarebbe capace di fare nella vita reale quello che Isabel fa nel film? Ebbene sì, ne sarei capace. Noi nel film vediamo quello che succede dopo, ma quello che accade nella tua mente in situazioni del genere è soltanto tuo e va al di là delle relazioni con gli altri. Isabel mette in scena questo complotto farsesco nella certezza che saprà controllare la situazione e tenere a bada il marito, i figli, tutti. In realtà non controlla proprio niente e la situazione le sfugge di mano. Lei è convinta di poter essere una moglie, una madre ed un’attrice stupende, vorrebbe gridarlo ai suoi cari e al mondo ma non le viene concessa la possibilità. E non le viene data, in primo luogo, perché è una donna e non è più giovanissima. Lei si fa delle domande e cerca di cambiare delle strutture nella società, in particolare questo pregiudizio per il quale le donne quarantenni non sono ormai più capaci di fare determinate cose”.

Queste caratteristiche del personaggio danno modo alla Rueda di riallacciarsi a quanto già espresso dalla regista a proposito della condizione femminile e delle minori possibilità che il cinema offre alle donne nei processi di creazione e di realizzazione: “Oggi non si scrivono personaggi femminili di un certo tipo per il solito discorso che ci sono troppi registi e sceneggiatori uomini. Ho lavorato con Inés e con un’altra autrice cinematografica e ho notato che, durante le riprese, spesso gli addetti alle macchine da presa hanno avuto da ridire sulle loro indicazioni o hanno continuamente suggerito degli accorgimenti o delle soluzioni alternative. Questo con i registi uomini non accade o, se accade, avviene prima di registrare e in privato. Per una donna, quindi, è molto più difficile e faticoso dirigere una pellicola, forse perché ha le idee molto più chiare di un uomo. Dicono sempre che noi donne parliamo molto. Ed è vero. Ed è anche un bene, perché parlare non è la stessa cosa di pensare e dà un ordine diverso ai tuoi pensieri, permettendoti di ascoltare ciò che ti preoccupa e ti angoscia. Ma nella dominante cultura maschilista della società contemporanea, in Spagna come in Italia, ci sono ancora delle cose che le donne quarantenni non raccontano. Eppure sarebbero cose molto interessanti da dire e da ascoltare”.

3527922A tale proposito, l’attrice ci anticipa qualche contenuto dell’ultimo film al quale sta lavorando, il remake spagnolo di Perfetti Sconosciuti di Paolo Genovese (2016) diretto da Álex de la Iglesia e in uscita nel 2017: “Dal film traspare questa metafora della società anche attraverso l’utilizzo della tecnologia e dei social network. Quello che hai nel tuo cuore e nella tua testa nessuno lo può sapere. Eppure oggi senti le persone parlare ad alta voce della propria intimità tramite messaggi vocali o videochiamate. Ci sono cose molto semplici che non si dicono, cose quotidiane che magari non ti piacciono ma che fai senza raccontarle. Ad esempio, mettiamo che vivi in una casa con tua suocera, tuo marito e i tuoi figli e ad un certo punto non sostieni più questa situazione. Ecco, nella pellicola c’è una delle protagoniste che vive una situazione simile e si reca presso un ospizio semplicemente per chiedere informazioni su un eventuale ricovero. Il marito lo viene a sapere e accusa la moglie di volersi liberare della madre. Spesso le donne non sono capaci di raccontare le cose più semplici perché temono le conseguenze e le possibili reazioni dell’uomo”.

Isabel fa di tutto pur di ottenere una parte nel film del marito. Tu fin dove ti sei spinta per ottenere il ruolo di Isabel? “Diciamo che ho avuto la fortuna di non essere disperata, in quel momento, dal punto di vista professionale. Quindi ho potuto scegliere. Ma il ruolo mi è piaciuto immediatamente. Non saprei dire fino a che punto mi sarei spinta, ma penso che, in fondo, quello che Isabel mette in scena nel film non è così cattivo. Si arriva a quel punto perché la situazione le sfugge di mano attraverso una serie di eventi concatenati che non potevano essere previsti. Lei vuole semplicemente mostrare di essere capace, di essere all’altezza”.

La carriera professionale di Belén Rueda è iniziata come presentatrice televisiva, per l’esattezza come valletta. Questo aspetto – riconosce candidamente l’attrice – le ha creato maggiori difficoltà, almeno inizialmente, nel mondo del cinema, perché si corre il rischio di restare racchiusi nell’etichetta di “interpreti da prodotto televisivo”.  Tuttavia, in Spagna come nel resto del mondo, le cose stanno cambiando perché oggi attori molto famosi si prestano spesso e volentieri alla televisione. Certo, nella maggior parte dei casi si tratta di attori che dal cinema – dove hanno raccolto successo – passano alla serialità televisiva. Ma prima la situazione era decisamente diversa perché la televisione era considerata un genere minore: “Nel momento in cui Alejandro Amenábar mi ha voluto nel suo film, anche lui ha dovuto battagliare a lungo con i produttori per avere il loro assenso alla mia partecipazione. In quel periodo ero impegnata in una serie televisiva di grande successo in SpagnaLos Serrano (2003-2008), arrivata poi in Italia con il titolo I Cesaronied io stessa temevo che la gente mi vedesse ormai circoscritta in quel ruolo televisivo e che, per così dire, non mi riconoscesse sul grande schermo. Ma noi siamo attori, facciamo personaggi diversi. La gente che non sa vedere questo o è perché non ti apprezza come attore o è perché ha una visione limitata e pregiudiziale. Ho sempre ringraziato Amenábar perché è stato lui ad aprirmi le porte del cinema”.

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