La programmazione di Fuori Orario dal 18 al 24 febbraio

Il cinema italiano tra Matarazzo e Vari, Heimat è uno spazio nel tempo di Heise e le Histoire(s) di Godard. Da stanotte.

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Domenica 18 febbraio dalle 2.30 alle 6.00

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Fuori Orario cose (mai) viste  2023/2024 puntata 88

di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Luciani Turigliatto

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presenta

A CAVALLO DEI ’50 – nel boom dipinto di boom (1)

a cura di Paolo Luciani

Per alcune sere di Fuori Orario presentiamo coppie di film che siano in grado di documentare i cambiamenti in atto nella società italiana tra il 1948 (anno della sconfitta elettorale delle sinistre) e tutti gli anni ’50, caratterizzati dal centrismo democristiano, ma, anche e soprattutto, da una ricostruzione post-bellica accelerata che conduce al boom economico ed al suo rapido sfiorirsi.

Sono gli anni in cui si stratifica la realtà italiana, quella di “un paese mancato”; non basteranno le lotte sindacali e sociali del decennio successivo, insieme al raggiungimento di poche, ma importanti riforme sui diritti di tutti, ad allineare il paese su standard di modernità, ancora oggi irraggiungibili.

Cinematograficamente siamo tra la crisi del neorealismo e l’esordio di grandi personalità (Antonioni, Fellini) insieme al persistere e al mischiarsi di nuove figure professionali (attori, registi, sceneggiatori, quadri tecnici) con quelle ancora provenienti dalle esperienze del cinema del ventennio. Di fatto, dal dopoguerra alla metà dei ’50, prende forma “il pubblico cinematografico italiano”, costruito sul consumo di una produzione nazionale ancora molto diversificata. Resistono tutti i filoni ed i generi: il neorealismo popolare come quello rosa, il film d’avventura e il film opera, il cinema comico attoriale come quello d’autore. Ma abbiamo anche la nascita della commedia all’italiana e l’inizio del peplum, la presenza hollywoodiana a Cinecittà e quello che sarà il cinema dei grandi produttori italiani degli anni ’60, insieme a realtà come “il cinema napoletano”. Su tutto, poi, si stende una cappa censoria che non risparmia nulla. Le produzioni devono combattere contro l’invasione del prodotto hollywoodiano, facendo ancora ricorso a un mercato di esercizio che vede durare anni lo sfruttamento di un film, con stadi diversi di programmazione, in grado di raggiungere gli strati più profondi del paese: quello che farà la televisione, da lì a pochi anni.  Insieme al cinema e alla radio si affermano nuovi media, non solo la TV, ma la pubblicità, la stampa di partito, il fotoromanzo, le riviste di costume illustrate. Dopo il voto alle donne abbiamo una scolarizzazione finalmente di massa. Quella che viene chiamata una mutazione antropologica del paese si manifesta anche con i bisogni che moltiplicano le occasioni del nuovo consumismo, come di una normale, anche se caotica, evoluzione dei costumi. L’auto per tutti, le vacanze di massa, la moda e il nuovo divismo femminile, i concorsi e le manifestazioni, siano esse canore, di bellezza, letterarie, d’arte. Nella consapevolezza comune emergono e si differenziano economicamente e culturalmente composizioni diverse della società, con nuove problematiche anche esistenziali. Ed il nostro cinema è presente e dà conto di questi mutamenti, con alcune costanti che si possono far risalire alle radici profonde della nostra storia: amor di patria -spesso vissuto come a fare ammenda di non encomiabili responsabilità storiche più o meno recenti- una tendenza costante al tragico e al comico, dove far annacquare tendenze inespresse alla rivolta e alla consapevolezza di sé. Ma, soprattutto, la costante narrativa con cui il nostro cinema sembra fare i conti, è condizione familiare, meglio quella della donna, costretta e raccontata in un’emancipazione troppo lenta, sia essa madre, lavoratrice o “donna libera”.           VORTICE 

(Italia, 1953, b/n, in origine Gevacolor, dur., 87’)

Regia: Raffaello Matarazzo

Con: Silvana Pampanini, Massimo Girotti, Gianni Santuccio, Irene Papas, Giulio Capecchi, Gualtiero De Angelis, Anita Durante, Franco Fabrizi

Oberato da enormi problemi finanziari, un onesto padre di famiglia è aiutato dalla figlia con una decisione: quella di sposare un ricco banchiere, lasciando l’uomo che ama….

I colpi di scena si susseguono: il marito rimane paralizzato in seguito ad un incidente; di più, viene assassinato durante una rapina e sua moglie, sospettata di omicidio, tenta di suicidarsi Solo l’intervento del suo e fidanzato riuscirà a scagionarla…

“…nei limiti impostigli dalla sua cultura e formazione ideologica, Matarazzo stende, di film in film una sorta di vero e proprio rapporto sulla donna italiana. Una simile inchiesta non poteva non suscitare risonanze vastissime, nel momento storico in cui le masse femminili si avviavano lentamente a rimuovere un bagaglio secolare di inibizioni, censure, pregiudizi: e, per intanto, acquisivano il diritto al voto…. il regista gioca sul discrimine tra l’evoluzione di una realtà sociale che tendeva ad affidare alla donna compiti e funzioni nuove, e il perdurante immobilismo  che la opprimeva nell’ambito del costume privato. Il margine di iniziativa disponibile su questo terreno era largo: la questione femminile non riusciva ad occupare un posto adeguato nei programmi politici del movimento democratico, ne’ gli uomini di cultura se ne facevano assillo particolare. Nei film neorealistici la presenza femminile era pur sempre laterale, e si capisce: l’orizzonte cui guardare era quello istituzionale dello Stato. Matarazzo invece era portato dai suoi presupposti etici di cattolico conservatore a fermare l’attenzione sulla famiglia, come cellula costitutiva della società civile”. (Vittorio Spinazzola, CINEMA E PUBBLICO, 1945/1965)

DUE LACRIME

(Italia, 1954, b/n, dur., 89′)

Regia: Giuseppa Vari

Con: Irene Galter, Alberto Farnese, Marisa Merlini, Gino Buzzanca, Peter Trent

Due forti figure di donne si contendono Mario; condannato ingiustamente a trenta anni per un delitto non commesso, liberato dopo nove lunghi anni, non solo viene abbandonato dalla moglie Valeria, ma rimane anche cieco   in seguito ad un incidente. La vicinanza di una cantante, di cui si è innamorato e che sta per sposare, sembra finalmente offrirgli un po’ di pace…

Torna la location del “tabarin”, luogo sia di perdizione come di riscatto umano per la protagonista redenta.

 

Venerdì 23 febbraio dalle 1.40 alle 6.00

CINEMA ANNI VITA – 7

CRONACHE DEI SENTIMENTI E DEI SEGNI

a cura di Fulvio Baglivi, Roberto Turigliatto

HEIMAT È UNO SPAZIO NEL TEMPO         

(Heimat ist ein Raum aus Zeit, Germania, 2019, b/n, dur., 218’, v.o.sott.in it.)

Regia: Thomas Heise

Presentato nella sezione Forum del 69° Festival Internazionale del Film di Berlino (Berlinale).

Vincitore di molti premi internazionali tra cui ricordiamo miglior film al Festival di Nyon, premio Chantal Akerman al Festival di Gerusalemme e premio speciale della giuria al Festival di Montreal.

Di Thoms Heise Fuori orario ha presentato recentemente il precedente Material (2009)

Nato nel 1955 nella Repubblica Democratica Tedesca, Thomas Heise, dopo aver studiato cinema e lavorato come assistente, comincia fin dai primi anni Ottanta a scrivere opere teatrali e radiofoniche e a realizzare documentari che, fino alla caduta del Muro nel 1989, vengono tutti sistematicamente censurati e vietati. Dopo la riunificazione, il suo lavoro sulla cultura dell’Est e la sua attenzione per i temi più critici della storia e della società contemporanea tedesca, vengono definitivamente recuperati e riconosciuti. Heimat è uno spazio nel tempo si pone come la summa di questo percorso filmico e di vita. A partire dall’archivio personale – diari, lettere, fotografie, saggi e temi di gioventù – Heise, che legge ad alta voce e filma i materiali, viaggia lungo l’immenso territorio tedesco inseguendo le tracce della corrispondenza (treni, ferrovie abbandonate, strade bucate da voragini, paesaggi a perdita d’occhio, il campo di lavoro di Zerbst, le architetture di Mainz)e ripercorre la storia di quattro generazioni della propria famiglia (tra Vienna, Dresda e Berlino Est) mostrandone il legame indissolubile e la conversazione ininterrotta con la Storia nazionale e l’Europa: I e II Guerra Mondiale, la questione ebraica, il caso dei matrimoni misti, il comunismo, l’amore, il lavoro, l’arte, le speranze tradite di molteplici generazioni di donne e di uomini. Il Tempo, così ritrovato, condensa memoria e movimento in uno spazio che parla delle nostre origini e profetizza il secolo successivo. “Mi viene in mente una citazione di Stephen Hawking, che un buco nero è un gruppo di eventi a cui non si può sfuggire molto facilmente […] Il film è anche una riflessione su di me, o meglio una riflessione pubblica su come vedo le cose, cercando di portare la storia e le storie correlate al termine, non dissolte in riflessioni verbali, ma nel montaggio degli elementi del film nella sua forma attuale, che è una forma provvisoria. Niente è definitivo o finito”. (J. Cronk, Interview:ThomasHeise, Film Comment, 11 marzo 2020).

 

Sabato 24 febbraio dalle 1.10 alle 7.00

CINEMA ANNI VITA – 8 ARCHIVIO DEL TEMPO PRESENTE

a cura di Fulvio Baglivi, Roberto Turigliatto

HISTOIRE(S) DU CINÉMA

(Francia, 1988-1998, b/n e col., 268′, v.o. sottotitoli italiani)

di Jean-Luc Godard

Il film è composto di otto episodi:

1A TOUTES LES HISTOIRES (Tutte le storie) 50’58”

1B UNE HISTOIRE SEULE (Una storia sola) 41’58”

2A SEUL LE CINÉMA (Solo il cinema) 26’58”

2B FATALE BEAUTÉ (Fatale bellezza) 28’37”

3A LA MONNAIE DE L’ABSOLU (La moneta dell’assoluto) 26’50”

3B UNE VAGUE NOUVELLE (Un’onda nuova) 27’28”

4A LE CONTRÔLE DE L’UNIVERS (Il controllo dell’universo) 27’38

4B LES SIGNES PARMI NOUS (I segni in mezzo a noi) 37’20”

“Ritratto di un secolo e di uno dei suoi figli (prodighi, prodigi) attraverso i suoi fantasmi, le sue storie di ombre e di luci” Così nel 2002 Fuori Orario presentava la prima messa in onda in tv di tutte le 8 parti di quello che possiamo considerare non solo l’opus magnum di Godard, il compimento di una vita, ma una delle opere capitali del XX secolo. A oltre venti anni di distanza torniamo su questo “libro delle ore” (secondo la definizione di Labarthe), consapevoli che nessuna visione potrà mai esaurirne la tessitura polifonica, la materialità inesauribile. Non un’arte, non una tecnica. Un mistero. Così Godard a proposito del cinema. Ci è piaciuto, nel montaggio delle notti di Fuori Orario, accostare Histoire(s) du Cinéma a Gli ultimi giorni dell’umanità di enrico ghezzi e Giovanni Gagliardo. Il ciclo Cinema anni vita, nei suoi spostamenti ininterrotti di apocalisse e resurrezione, proseguirà poi con una seconda parte nel corso dell’anno presentando, tra gli altri,  A longa viagem do ônibus amarelo di Julio Bressane e Traité de bave et d’éternité di Isidore Isou.

Fin dalla fine degli anni ’70 Godard aveva pensato a   una serie di film dal titolo Introduction à une véritable histoire du cinéma et de la télévision.  Il progetto ha infine preso forma   negli otto episodi  realizzati dal 1988 al 1998, un periodo che  –  tra l’altro  – coincide pressappoco proprio con i primi dieci anni di vita di Fuori Orario. Scrisse Agamben che con Debord e Godard si assisteva a un evento epocale: “si fa del cinema a partire dalle immagini del cinema”.   E aggiungeva: “Non si tratta qui di una storia cronologica, ma di una storia messianica. È una storia della salvezza, c’è qualcosa da salvare. Ed è una storia ultima, una storia escatologica, dove qualcosa deve essere compiuto e giudicato. Per questo essa deve accadere qui, e insieme in un altro tempo: deve sottrarsi alla cronologia senza trasferirsi in un altrove”.

E Godard: «Non ricordo più in quale episodio dico che senza il cinema non avrei saputo di avere una storia. Questo mi ha permesso di pensare alla mia stessa storia e di inserirla in una più grande che si trovava ad un tempo fuori e dentro di me. Mostrare ciò che sentivo, sentire ciò che mostravo. In fondo negli otto episodi alla domanda “Che cos’è il cinema?” non fornisco otto risposte, piuttosto ne suggerisco centomila possibili (..) Se dovessi mettere un sottotitolo a queste storie del cinema, scriverei Archivio del tempo presente, o Nuovo modo di guardare gli archivi del tempo presente».

Già nel 1956, quando era un giovane critico, Godard aveva intitolato un suo scritto: “Le montage mon beau souci” (Il montaggio, mio dolce affanno), un’espressione che ricorre più volte nelle Histoire(s). Ne sarebbero seguiti oltre 70 anni di strenuo e ininterrotto corpo a corpo col cinema e il suo “mistero”.

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#SENTIERISELVAGGI21ST N.17: Cover Story THE BEAR

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