La programmazione di Fuori Orario dal 21 al 27 gennaio

Gli echi dal Pianeta Valdoca, migrazioni tra Aki Kaurismäki e Med Hondo e la materia/memoria con Godard, Akerman, Gianikian-Ricci Lucchi.

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Domenica 21 gennaio dalle 2.45 alle 6.00

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Fuori Orario cose (mai) viste                                                                      

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di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Luciani Turigliatto

presenta

FUOCO CENTRALE. LUCI, PAROLE, ECHI DAL PIANETA VALDOCA (2)

a cura di Fulvio Baglivi

ENIGMA. REQUIEM PER PINOCCHIO                              PRIMA VISIONE TV 

(Ita., 2021, col., dur., 67’)

Regia: Cesare Ronconi

Testo originale: Mariangela Gualtieri

Con: Chiara Bersani, Silvia Calderoni, Mariangela Gualtieri, Matteo Ramponi
Al canto: 
Silvia Curreli, Elena Griggio
Musiche
dal vivo di e con: Attila Faravelli, Ilaria Lemmo, Enrico Malatest

Video dell’omonimo spettacolo teatrale del 2021, ultima regia teatrale di Cesare Ronconi con testo originale di Mariangela Gualtieri.

“Un corpo di legno giace in proscenio. I suoi pezzi sono smembrati e arsi. Il nostro Pinocchio dinoccolato, scatenato e a tratti malinconico, si sporge tutto verso di noi: come si diventa umani? Come si resta fedeli all’infanzia? È una quasi meditazione guidata dalla Fatina, cioè da un femminile potente e magico, mentre un maschile ammutolito, forte come un Mangiafuoco abita la scena e la sostiene. Una partitura fatta di canto e suono dal vivo, movimento e versi originali scritti da Mariangela Gualtieri, fa di questo spettacolo una respirazione musicale/teatrale.
Qui Pinocchio, che sta sulla soglia fra vivi e morti, viene ad immunizzarci dalla paura della morte, in questo tempo allarmato. Un’opera della maturità, dentro un panorama onirico che vede al centro due attrici portentose nella loro bravura e particolarità, Silvia Calderoni e Chiara Bersani – alla quale la Gualtieri dal vivo presta la voce – e il corpo espressivo, potente e leggero di Matteo Ramponi. Altra forza della scena è il paesaggio sonoro dal vivo, materico e metafisico, creato dal canto di Silvia Curreli ed Elena Griggio, e dal suono di Enrico Malatesta, Attila Faravelli, Ilaria Lemmo. Un’opera che Cesare Ronconi ha composto nell’ascolto visionario di tutti gli interpreti, quasi a compimento di una tensione che da sempre innerva la sua scrittura registica.” [da teatrovaldoca.org]

APPUNTI DI LAVORO PER MISTERO COSMICO COMICO      PRIMA VISIONE TV 

(Ita., 2021, col., dur., 45’)

Regia: Cesare Ronconi

Testo originale: Mariangela Gualtieri

Con: Chiara Bersani, Silvia Calderoni, Mariangela Gualtieri, Matteo Ramponi
Al canto: Silvia Curreli, Elena Griggio
Musiche dal vivo di e con: Attila Faravelli, Ilaria Lemmo, Enrico Malatesta

Tra la fine del 2020 e i primi mesi del 2021 Teatro Valdoca abita L’arboreto – Teatro Dimora in studio creativo per Mistero Cosmico comico secondo studio liberamente tratto da Pinocchio (un primo studio era intitolato Gli adulti sono ragazzi morti). Una seconda fase prevedeva l’apertura della residenza al pubblico ma i problemi legati alla pandemia non lo hanno permesso. Il video è una testimonianza di quei giorni di lavoro e forzata solitudine, con tutta la compagnia che realizzerà lo spettacolo Enigma. Requiem per Pinocchio.

 

Venerdì 26 gennaio dalle 1.40 alle 6.00

MIGRARE, CAMBIAR DI VITA

a cura di Lorenzo Esposito 

L’ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA                 

(Toivon tuolla puolen, Finlandia, 2017, col., dur., 96’, v. o. sott., it.)

Regia: Aki Kaurismäki

Con: Shrwan Haji, Sakari Kuosmanen,

Due storie che si incrociano in una cittadina finlandese. Quella di Khaled, un rifugiato siriano che arriva di nascosto in una nave che porta carbone e chiede asilo senza successo. E quella di Wikström, un venditore all’ingrosso di camicie che, dopo una giocata a poker, decide di cambiare vita, lasciare la moglie, e aprire un ristorante. Wikström incontra Khaled, ora clandestino, che dorme dietro il locale. Gli offre cibo, alloggio e un lavoro. E decide di sfruttare il suo aspetto di straniero per convertire il locale in ristorante etnico.

Dedicato alla memoria del grande critico e programmatore Peter van Bagh, con un cameo della sua attrice di culto Kati Outinen, il film ha vinto l’Orso d’Argento per la migliore regia al Festival di Berlino.

“I personaggi di Kaurismäki non hanno mai davvero una casa. (…)  Kaurismäki sta sempre su questi margini di esclusione, storie di rifiuti, di residui, racconti di diaspore e esili. Che sono sempre, innanzitutto, individuali e poi, solo poi, per il tramite di un destino comune, collettivi. Ma se l’esilio è una costante, il fatto che in L’altro volto della speranza, come già in Miracolo a Le Havre, si parli di immigrati clandestini, di fughe dalla guerra, di confini blindati, è una naturale conseguenza. Tra Khaled, Wikström e gli improbabili dipendenti della Pinta d’Oro, il miserabile ristorante rilevato dal vecchio rappresentante di camicie, non c’è reale differenza. In fondo, Kaurismäki immagina la comunione o solidarietà come un’evoluzione naturale della solitudine. E col cinema costruisce ipotesi di resistenza e di altre famiglie, a cominciare dai volti che lo attraversano nel corso degli anni”. (Aldo Spiniello).

 SOLEIL Ô                     

(Mauritania- Francia, 1967, col., dur., 100’’, v.o. sott., it.)

Regia: Med Hondo

Con: Robert Liensol, Théo Légitimus, Gabriel Glissand, Mabousso Lô, Alfred Anou, Les Black Echos.

Uno dei film africani più importanti del periodo intorno al ’68, presentato a Cannes e Locarno nel 1970, restaurato negli ultimi anni da The Film Foundation’s World Cinema Project, nell’ambito di un progetto più generale di riscoperta di  Med Hondo, vissuto in Mauritania ed emigrato  in Francia nel 1959, autore di numerosi film.

Un immigrato africano in cerca di lavoro scopre le violenze della “Douce France”, il razzismo generalizzato ma anche l’indifferenza e i privilegi dei dignitari africani che vivono a Parigi. Un’opera di lucida rivolta  contro tutte le oppressioni, prima di tutto la colonizzazione in  tutte le sue conseguenze politiche, economiche e sociali, e nello stesso tempo la denuncia dei fantocci che la Francia ha installato al potere  in molti paesi africani. Definito dal suo autore come  “10 anni di gollismo visti dagli occhi di un africano a Parigi”.

“Ci siamo trovati ad essere artisti ‘di colore’, come si dice di solito, per puro caso insieme a Parigi sostanzialmente per le medesime ragioni, Bachir, Touré, Robert e io e ci siamo trovati nel bel mezzo di un paese, di una città, nella quale rimediare di che vivere, in parole povere, dove lavorare, : essere un attore, un musicista, un cantante. E dove, però, ci si è subito resi cono che le porte erano chiuse (…) Allora, per uscirne abbiamo deciso di fondare un gruppo teatrale e nell’attesa abbiamo realizzato un film tutti insieme, Soleil Ô  (..) Tutte le scene sono ispirate alla realtà. Perché il razzismo non si inventa, soprattutto al cinema. E’ una specie di mantello che ti mettono addosso, con cui sei obbligato a vivere. (…) Ma so bene che il cinema da voi definito cinema-verità ha sempre evitato di dire cose del genere…”.  (Med Hondo, 1970)

 

Sabato 27 gennaio dalle 1.45 alle 7.00

Fuori Orario cose (mai) viste                                     

di Ghezzi Baglivi Di Pace Esposito Fina Francia Luciani Turigliatto

presenta

MATERIA E MEMORIA. “L’OBLIO DELLO STERMINIO FA PARTE DELLO STERMINIO”

a cura di Roberto Turigliatto

RITORNO A KHODORCIUR – DIARIO ARMENO               PRIMA VISIONE TV

(Italia, 1986, col., dur., 80’)

Di: Yervant Gianikian, Angela Ricci Lucchi

Raphael Gianikian, padre del regista Yervant e unico testimone vivente, ai tempi delle riprese, del genocidio armeno del 1915, legge un diario scritto da lui negli anni Settanta, quando aveva deciso di tornare al Paese natale dopo la drammatica fuga. Testimonianza fondamentale, importantissima dal punto di vista etnografico, storico ma anche sentimentale, che racconta una pagina buia e sconosciuta della storia, Ritorno a Khodorciur – Diario Armeno è un documentario-intervista ma anche un vero e proprio lavoro di scandaglio nell’intimità di un uomo e del suo dolore. Tra i pochi superstiti ai terribili fatti del 1915, quando l’Impero ottomano deportò e uccise oltre un milione di persone, Raphael è l’unico protagonista, mentre la cinepresa non lo lascia solo un momento, accompagnandolo nella sua drammatica narrazione.   Con tono pacato ed estrema lucidità, il sopravvissuto presenta al mondo la sua tragedia personale che rispecchia il dramma di un popolo, non lasciando alcuno spazio alla retorica.

 “Poche ore dopo il riconoscimento ufficiale del genocidio armeno da parte del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, ho ripensato al mondo in cui sono cresciuto, alla memoria di mio padre, sopravvissuto al genocidio del 1915. Scrivo qualche pensiero riguardando dei fotogrammi di Raphael Gianikian, è stato l’unico protagonista del mio film “Ritorno a Khodorciur – Diario armeno,” Raphael morì undici anni dopo. Restano i suoi diari, i libri inediti, scritti in armeno dopo il “metz yeghern” (il Grande Male). I suoi testi raccontano della sofferenza di un popolo, che ha subito un genocidio negato da sempre. Nel film, mio e di Angela Ricci Lucchi, Raphael continua la sua opera di testimone e scrittore. La forza delle parole si fa immagine, una potenza che evoca il genocidio che non è stato cinematograficamente documentato a sufficienza. Oggi ricordo più che mai il racconto sul popolo armeno di Raphael, quando mi diceva spesso dell’infanzia perduta. (…)  Scriveva in armeno, a mano, da ragazzo su quaderni con le copertine nere, negli anni ’50 e ’60 con una macchina da scrivere armena. Inviava lettere in Armenia ai parenti ritrovati dopo anni. Quando si era rotta e nessuno era in grado di aggiustarla, aveva ripreso a scrivere su dei blocknotes.                              Talvolta leggeva ad alta voce ciò che aveva scritto. Lo registrava. Penso che lo facesse per facilitarmi, per lasciare una traccia vocale chiara del vissuto.  Mio padre mi ripeteva che scriveva senza aggettivi, un diario senza aggettivi”. (Yervant Gianikian)

IO RICORDO                                                  PRIMA VISIONE TV

(Italia, 1988-1997, col., dur., 14’)

Di: Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi

Girato nel 1988 e presentato per la prima volta alla Mostra di Venezia del 1997.

“Sono nato in Armenia nel 1905 al tempo del sultano Abdul Ahmid, in un paese d’alta montagna di nome Khodorciur, tra boschi, prati e sassi”. «E’ l’inizio delle memorie di mio padre Raphael. A Venezia nel 1988, traducendo dall’armeno legge un brano che registriamo. È sopravvissuto al genocidio degli Armeni del 1915, nella Turchia Orientale. Nella deportazione l’intera famiglia è stata sterminata. Dal 1915 al 1919 è a Boyukbagh, un villaggio del Kurdistan turco. Raphael è il piccolo servo, lo schiavo cristiano della comunità kurda. E’ diventato musulmano e viene circonciso. Acquisisce il nome islamico di Abdullah, dimentica del tutto la lingua paterna. (…). In seguito Raphael-Abdullah viene ‘ricomprato’ da una missione umanitaria americana in cerca di orfani sfuggiti al massacro. Da Boyukbagh, traghettando il fiume Eufrate, giunge a Urga e quindi a Istanbul, dove impara di nuovo la lingua armena.

Un anno prima, nel settembre 1987, partiamo con l’attore Walter Chiari per l’Armenia sovietica. Durante il ‘Viaggio in Armenia’ [un film che non sarà completato], in controluce, nella chiesa rupestre di Ghehard, Walter Chiari legge uno spiritual per Raphael». (Yervant Gianikian, Angela Ricci Lucchi)

NO HOME MOVIE                                                      

(Francia/Belgio, 2015, col., dur., 113′, v.o. sott. it.,)

Regia: Chantal Akerman

Con: Chantal Akerman, Natalia Akerman

Presentato in Concorso al Locarno Film Festival, è l’ultimo film della grande cineasta belga scomparsa due mesi dopo la prima al festival.

Il film è un ritratto a due facce in cui la Akerman filma gli ultimi giorni della sua anziana madre sopravvissuta a Auschwitz e già a lungo presenza ossessiva nei suoi film (da News from Home a bas). In una scena in particolare le due donne si ritrovano in cucina e, durante il commovente dialogo, pelano patate (chiaro riferimento al capolavoro di Akerman Jeann Dielman, 23, quai du Commerce, 1080 Bruxelles). Il resto del film si snoda attraverso lo schermo del computer in cui avvengono le chiamate skype tra le due donne da anonime stanze d’hotel dove la Akerman si ferma durante i suoi viaggi e lunghe carrellate nel deserto israeliano.

“Ho avuto la sensazione per molto tempo – mia madre è stata prigioniera nei campi e non ha mai detto una parola al riguardo – che io dovessi parlare per lei, il che è assurdo perché non si può parlare per qualcun altro. Così ero ossessionata da questo, dalla sua vita. Ero ossessionata anche dal modo in cui quando è uscita dai campi ha trasformato la sua casa in una prigione. Questo è Jeanne Dielman. Ora posso raccontarlo, ma non ne ero consapevole quando l’ho fatto. Così ho pensato che ero io che dovevo fare, perché lei non diceva niente, che ero io che andavo a testimoniare al posto suo”.

(D. Kasman, Chantal Akerman discusses No Home Movie, Agosto, 2015).

LE LIVRE D’IMAGE                              

(Francia-Svizzera, 2018, col., dur., 87′, v.o. sott. italiano)

Di: Jean-Luc Godard

Palma d’oro speciale al Festival di Cannes del 2018, l’ultimo capolavoro di Jean-Luc Godard, realizzato con la collaborazione di Jean Paul Battaggia, Fabrice Aragno, Nicole Brenez, è il frutto di un lavoro incessante durato ormai sessant’anni: il corpo a corpo col cinema, il movimento della mano nella pratica del montaggio (che ha definito “mon beau souci”), la perenne infanzia dell’arte come rinnovata cosmogonia  e “ardente speranza”.

Sulla soglia dei 90 anni Godard procede con un incessante “aller et retour” nella sterminata selva di lacerti letterari e cinematografici (di ogni formato e provenienza), nella polifonia delle voci, nello scontro di costellazioni da cui emergono il romanzo di Cossery, Une ambition dans le desert e l’evocazione dell’Arabia felice di Dumas.

Negli ultimi anni Godard ha ripetuto spesso la frase paolina “L’immagine verrà al tempo della resurrezione”. Dopo l’” adieu au langage”, nella sua battaglia contro il Logos, il Libro, la Legge, con Le livre d’Image si può forse cominciare a pensare come le immagini – anche nella catastrofe contemporanea dello spettacolo – possono ancora essere il contrario della legge e della rappresentazione, e come anzi possano contrastarle. “Le livre d’image integra e rilancia tutta questa tradizione magnifica – Artaud, Apollinaire, Epstein – che ha pensato il cinema come capace di liberarci dalla legge dell’identità” (Nicole Brenez). Il cinema non era forse pensato all’inizio come l’arte della luce? E nel finale di Scénario du film Passion (già programmato da Fuori Orario) non si passava dalla pagina bianca al mare per giungere al raggio di sole?

Verso la fine di Le livre d’image la voce cavernosa di Godard, nel nero dello schermo, come proveniente dall’oltretomba, riprende e distorna le frasi di Peter Weiss: “Anche se nulla doveva essere come lo avevamo sperato, questo non cambierebbe nulla alle nostre speranze, esse resterebbero un’utopia necessaria, il campo delle speranze è più vasto di quello del nostro tempo, e così come il passato era immutabile, allo stesso modo le speranze resterebbero immutabili”.

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#SENTIERISELVAGGI21ST N.17: Cover Story THE BEAR

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