La rosa purpurea del Cairo, di Woody Allen

Una commedia dal piglio brillante ed esistenziale, che trasuda tutto l’amore di Allen per il cinema e che riflette sulla vita e le sue tante maschere. Stasera, Sky Cinema Romance, ore 23:40

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La rosa purpurea del Cairo, un titolo che ci riporta immediatamente con il pensiero a un romanzo d’appendice o a un melodramma esotico con i due innamorati che tentano di fuggire dal cattivo di turno che per qualche motivo non ben definito vuole dividerli. Sono le possibilità pressoché infinite della scrittura, che porta sulla pagina o sullo schermo storie mondi e personaggi a volte superiori alla realtà.

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Allen gioca con questi elementi e crea un film che trasuda tutto il suo amore per il cinema e tutta la sua conoscenza di quel mondo. Così già dai titoli di testa, su cui scorre una delle canzoni di genere più tremendamente iconiche (Heaven, I’m in Heaven and my heart beats so that I can hardly speak), sappiamo che saremo proiettati in una storia d’amore d’altri tempi, fatta di feste, calici di champagne, incontri fortuiti e amori che durano in eterno; o almeno questo è ciò che sogna Cecilia (Mia Farrow), una giovane donna sposata a un fannullone (Danny Aiello) che evade dalla monotonia attraverso i film che il cinema della sua cittadina di provincia programma. Siamo negli anni della grande depressione che Allen ricostruisce con tratti essenziali, non pensati per dare una misura storica ma perfettamente in linea con una dimensione riconoscibile e familiare, proprio come accadrebbe in un film: la tavola calda con le sue misere paghe, le fabbriche abbandonate con ex operai che ciondolano tutto il giorno, un parco giochi senza bambini e balocchi, un triste bordello. Di contro l’incanto del cinema, di uno spettacolo che per la sua durata e anche oltre ha il potere di annullare la nostra percezione del presente; e che nella sua ripetizione identica di situazioni e dialoghi (ovviamente essenziali) ci fa apparire ciò che vediamo come autentico.

È un paradosso che Allen si diverte a smontare e analizzare con il suo piglio brillante ed esistenziale e, questa volta, meno nevrotico: sceglie infatti per il ruolo da protagonista un Jeff Daniels che si sdoppia, la persona (l’attore che cerca di sfondare a Hollywood) e il suo personaggio (un esploratore virtuoso); e in questa relazione a tre, con i due uomini che si contendono l’amore della donna, Allen esce definitivamente dai confini dell’ordinario e sostanzia le sue stardust memories raggiungendo esiti comici spassosissimi (“Do you believe in God? Oh, I think to know what you mean, the two men who wrote the Purple Rose of Cairo”). Il film, del resto, è un omaggio incondizionato al cinema degli anni ’30 e all’arte cinematografica in generale; ed è al tempo stesso una riflessione lucida sulla sua natura e i suoi codici: “The real ones want their lives fiction, and the fictional ones want their life real”, dice uno degli sceneggiatori accorso sul posto insieme ai produttori per tentare di arginare il disastro: la storia si è interrotta, uno dei personaggi è fuggito e gli altri non sanno come proseguire e come arrivare al lieto fine.

Ed è proprio nel finale, così amaro eppure autentico, che Allen prende le distanze da quelle logiche produttive e commerciali che avrebbero voluto il classico happy ending, mostrando invece con la sua assoluta e tradizionale malinconia come in fondo sia la realtà a indossare maschere e a proferire finte promesse di felicità. Cecilia, illusa dalla vita che aveva preferito a una continua dissolvenza, si consola nuovamente nel buio della sala rapita da due figure eleganti in abito da sera che esprimono i loro sentimenti cantando e danzando cheek to cheek.

Titolo originale: The Purple Rose of Cairo
Regia: Woody Allen
Interpreti: Mia Farrow, Jeff Daniels, Danny Aiello, Dianne Wiest, John Wood
Durata: 82′
Origine: USA, 1985
Genere: commedia, fantastico

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (1 voto)
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