Le Procès Goldman, di Cédric Kahn

L’apertura della Quinzaine des cinéastes affronta il caso di “anni ’70” di Pierre Goldman. Kahn mostra ancora una volta la capacità di trovare una forma che sa adattarsi a pieno ai personaggi

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Il cinema di Cédric Kahn sembra cambiare ancora una volta forma. Qui è alle prese con il legal drama e affronta il “caso Goldman”, una vicenda al centro di un grande dibattito nella Francia degli anni ’70, tanto da portare alla mobilitazione di celebrità e intellettuali, Simone Signoret su tutti, e poi Sartre, Simone de Beauvoir…

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Protagonista è un personaggio controverso, Pierre Goldman, militante dell’estrema sinistra, con trascorsi da guerrigliero e da criminale. Nato nel 1944, pochi mesi prima della liberazione di Lione, da due immigrati ebrei polacchi attivamente impegnati nella Resistenza, Goldman aderisce sin da giovani ai movimenti studenteschi di ispirazione comunista. Fino a entrare nei servizi d’ordine e a maturare un’esperienza di manifestazioni e scontri. A partire dal ’67 viaggia nei Caraibi e in America Latina, va a Cuba e abbraccia la guerriglia comunista in Venezuela. Poi, nel ’69, torna a Parigi, dove diventa a tutti gli effetti un bandito, compiendo una serie di rapine a mano armata. Viene arrestato nel ’70, con vari capi d’accusa, in particolare l’omicidio di due persone durante una rapina alla farmacia Delaunay, nell’XI arrondissement. Sarà l’unica imputazione che Goldman respingerà sempre, fino a diventare il punto nodale del secondo processo a suo carico, svoltosi presso la corte d’assise di Amiens tra la fine del ’75 e il ’76, dopo un annullamento in cassazione della precedente condanna all’ergastolo. Il sospetto è quello di una grande macchinazione della polizia, fondata su motivi politici e sul pregiudizio antisemita. Il caso giudiziario diventa una vera e propria battaglia ideologica e antistituzionale, condotta da Goldman con un’aggressività estrema, persino “suicida”.

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È proprio su questo processo di Amiens che si concentra Cédric Kahn, sulla base del lavoro di ricostruzione della cosceneggiatrice Nathalie Hertzberg, a partire dalle cronache dei giornali dell’epoca. E il risultato è un racconto che affonda nella storia più viscosa, a tratti indistricabile, oscura. Un racconto denso, nervoso, fatto di dialoghi, scontri verbali, di accuse e attacchi frontali, di slogan militanti e di strategie avvocatesche. Un racconto . Kahn decide di non uscire praticamente mai dall’aula di tribunale, se non per brevi istanti che comunque si risolvono in interni. Un film “concentrato” nel senso più fisico del termine, tutto “dentro” l’azione, senza alcuna tentazione di approfondimento psicologico, di accentuazione emotiva o deriva sentimentale. Nessuna scena di intimità o di scavo. Persino il profilo dell’imputato, con le sue tendenze psicotiche e le fascinazioni suicide, emerge dalle parole dei periti e dei testimoni più che dagli atteggiamenti del protagonista. Mentre l’emozione passa per intero dagli accadimenti, dalle dinamiche del dibattimento, si muove lungo le reazioni dei personaggi e del pubblico.

A parte Arieh Worthalter nei panni di Goldman, Kahn si affida a un cast di attori “poco noti”, per distogliere l’attenzione dalla performance. Sceglie di filmare con tre macchine da presa, posizionate nei punti strategici. E a partire dallo scheletro di lunghe inquadrature, lascia al montaggio il compito di rimescolare le angolazioni, i piani, di tirar fuori l’essenziale. Ogni tanto si lascia andare a uno zoom improvviso, allo schiaffo di un campo-controcampo, gioca sul ritmo, fino al punto di filmare una specie di guerriglia giudiziaria. In questo senso, il suo cinema “mimetico” trova ancora una volta una forma che sembra adattarsi a pieno al suo personaggio. Alla sua rabbiosa visione dell’azione politica, come movimento di rifiuto e di destabilizzazione. Persino le idee sono azioni. Sono parole di fuoco, dichiarazioni esagitate, gesti eclatanti. Sono due dita puntate come una pistola.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7
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Il voto dei lettori
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