Let Them All Talk, di Steven Soderbergh

Soderbergh gira il suo “film parlato”, anche questo tutto (o quasi) nello spazio “neutrale” di una nave, dialoghi e dialoghi in cui la parola arriva sull’orlo del collasso. Su HBO Max

Che senso c’è
A unir parole con le altre

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Ci deve essere un modo migliore di descrivere le cose, per ordinare le parole in un modo nuovo, usare le parole, per portarti in un posto oltre le parole. Ci deve essere”. È l’interrogativo iniziale di Alice Hughes, che in fondo attraversa come un’ossessione tutto Let Them All Talk. Lascia parlare tutti. Ma, alla fine, cosa resta di tanto parlare? Come scavare al fondo di un’intuizione, esprimere e dar senso pieno a un sentimento, a un desiderio, a un’intenzione, a uno stato d’animo o un’idea? Bastano davvero le parole? Servirebbero quanto meno gli sguardi e i movimenti a dare un ulteriore strato ai significati. E ancor più la concretezza e la coerenza dei gesti e delle azioni. E se, invece, si fosse condannati a dar forma alle cose solo con le parole? Soderbergh gira il suo film parlato, anche questo tutto (o quasi) nello spazio “neutrale” di una nave, percorso da dialoghi e dialoghi e dialoghi, confessioni, confronti, rese dei conti. Ma se per De Oliveira c’era la possibilità (utopica) di un punto di incontro dello spirito in una radice comune, oltre la babele delle lingue, una specie di ursprache originaria, qui c’è la registrazione di un’impasse della parola, quasi come se lo slancio iniziale, l’ispirazione, costantemente ricercata, coltivata, indagata, non riuscisse mai del tutto a realizzarsi.

 

Alice Hughes, vincitrice del Pulitzer per You Always/You Never, deve andare a ritirare un altro premio letterario in Inghilterra, il Footling Price, ma ha paura di volare. La sua agente, Karen, le propone di fare il viaggio in nave, sulla Queen Mary 2: il suo piano è di avvicinarla durante il tragitto per avere informazioni sul nuovo lavoro della scrittrice. Alice accetta e decide di farsi accompagnare dal nipote Tyler e da due vecchie amiche, con cui ha perso da tempo i contatti, Roberta e Susan. È l’occasione, forse, per sciogliere vecchi nodi, in particolare con Roberta, donna dalla vita tempestosa e dagli amori fallimentari, che si è sentita tradita perché si è riconosciuta nelle vicende raccontate in You Always/You Never.

 

Ha quasi l’aria di un giallo Let Them All Talk, quasi fossimo in uno dei bestseller di Kelvin Krantz, lo scrittore dalle uova d’oro che si aggira per la Queen Mary. Un intrigo di presenze misteriose (chi è l’uomo che entra ed esce tutti i giorni dalla stanza di Alice?), di rapporti non risolti e ferite non rimarginate, di confronti non avvenuti, di doppi fini, tutti centrati sul segreto del nuovo romanzo, forse un sequel di You Always/You Never, forse no. Ed è tutto uno scavare alla radice dell’ispirazione artistica, tra le pieghe del vissuto e del visto, tra i meandri delle suggestioni (la fantomatica scrittrice dell’Ottocento Blodwyn Pugh, tanto amata da Alice). Ma è come se tutto fosse condannato all’incompiutezza, esattamente come l’ultimo manoscritto della Hughes. Al pari di ogni confronto che naufraga nel pantano delle prese di posizione, delle difese e dei tornaconti personali, nel torbido delle ambiguità e dei malintesi, dei rancori ed egoismi. La parola è davvero sull’orlo del collasso, e il punto d’emorragia sta forse nella libertà di improvvisazione lasciata agli attori, oltre gli schemi della sceneggiatura di Deborah Eisenberg. L’algida chiusura di Meryl Streep che si scioglie davanti alla tenerezza ingenua di Lucas Hedges, la disperazione rabbiosa di Candice Bergen che va a caccia di uomini e gioca le sue partite a Cluedo con Dianne Weist la “compassionevole”… Nel gioco dei ruoli, rischia di saltare la connessione.

 

Alla fine ciò che regge, veloce come un treno, è come sempre la forma filmica. Soderbergh dà ancora una volta una lezione di “economia”, riprese rapidissime, dialoghi improvvisati, montaggio in corso d’opera, lo spazio chiuso e controllato di una nave come strategia lockdown. Ma tutto funziona per arrivare a un punto che non è un punto, a una smarginatura, una sospensione aperta tra le cose che finiscono e quelle che restano a ritrovare un senso, a ridare nuova linfa a tutto quel che c’è.

E non è un caso che l’ultima scena sia riservata al personaggio più “innocente” di tutti, il Tyler di Luca Hedges, quello che più fatica a raccapezzarsi nel caos della parola. Ma proprio per questo quello più disponibile all’ascolto. Pensa all’amore ma manca il bersaglio e corre il rischio di chiudersi in sé stesso. Ed è lì che la zia dice l’unica verità incontrovertibile “Provarci è tutto. Se non provi, se non rischi… Penso che l’attrazione è la forza animata dell’universo, davvero”. E nel sorriso finale di Tyler c’è quasi il senso pacificato di chi è arrivato finalmente a un’illuminazione. Separare i pensieri cattivi da quelli buoni, le sconfitte di ieri dai propositi del giorno dopo. Una purezza rinnovata, riconquistata.

 

Titolo originale: id.
Regia: Steven Soderbergh
Interpreti: Meryl Streep, Lucas Hedges, Candice Bergen, Dianne West, Gemma Chan
Distribuzione: HBO Max
Durata: 113′
Origine: USA, 2020

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
5 (2 voti)
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