"L'innocenza del peccato", di Claude Chabrol

In questo film, il maestro francese lavora ancora sul rapporto realtà/apparenza e riesce nel non facile compito di mostrare il simulacro, l’apparenza, celando l’oggetto reale della sua narrazione. Ne deriva un cinema di pura trasparenza espressiva e di finissima eleganza formale Ispirato a un fatto di cronaca accaduto a New York nel 1906 e presentato Fuori Concorso al 64° Festival di Venezia

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Che cosa ci affascina nel cinema di Chabrol? Il perfetto equilibrio della sua messa in scena? L’impagabile ironia dei dialoghi? La pervicacia di perseguire un cinema che nella tradizione si rinnova? Tutte opzioni possibili per entrare a pieno nel mondo così privato, ma, al contempo così pudicamente pubblico che il maestro francese costruisce e arricchisce di film in film. Ispirato ad un fatto di cronaca accaduto nel 1906 a New York, a causa del quale rimase ucciso l’architetto Stanford White che aveva realizzato il Madison Square Garden episodio al quale fa anche riferimento E.L. Doctorow nel suo Ragtime da cui nacque il film di Forman, L’innocenza del peccato, fuori concorso al 64° festival di Venezia, rappresenta, dopo la parentesi di La commedia del potere, in cui la riflessione, più prettamente sociale, aveva la meglio su una consolidata tradizione narrativa attraverso i piccoli ritratti della provincia, il ritorno alla commedia perversa e quindi a quella forma narrativa alla quale Chabrol ci ha abituato in questi cinquant’anni di sua attività. Il cinema del regista francese gode di un privilegio particolare, quello di celare nella sua manifesta ostentazione, i alcuni dei passaggi decisivi della storia. In L’innocenza del peccato l’oggetto cruciale della narrazione è la perversione, quella perversione che accompagna le due storie della protagonista e quella finale che la vede, ancora una volta, (s)oggetto passivo di questa sua incessante attività emotiva interiore. Eppure, nonostante questo senso narrativo, la sua manifestazione è quasi invisibile all’occhio dello spettatore. Chabrol, apparentemente, non dedica un fotogramma all’oggetto della sua indagine, lasciando nell’ombra – ma in un’ombra che appare fortemente illuminata – il campo totale dove la perversione amorosa si scatena nella sua forma sessuale. Leggerezza del narrare, idee chiare su una potenzialità del cinema che può anche quella di oscurare alla vista e di mostrare senza necessariamente far vedere. Mostrare il simulacro, l’apparenza, celando l’oggetto. In questo senso la messinscena è piena del nocciolo centrale, del tema del film, pur risultandone l’immagine completamente svuotata. Ne deriva un cinema di pura trasparenza espressiva e di finissima eleganza formale che si esprime a partire da una semplicità che appare disarmante. In occasione dell’edizione del 2005 del Festival di Torino, che gli ha dedicato la retrospettiva completa suddivisa in due successive edizioni, l’autore francese ebbe modo di affermare, riguardo al cinema e alla sua funzione nel rapporto realtà/apparenza che Il cinema è l’unica arte in grado di mostrare questo scambio tra la realtà e l’apparenza e non voglio dire raccontarlo, ma proprio mostrarlo. L’affermazione, che come tutte le semplici deduzioni restano frutto della comprensione e dell’approfondimento della complessità, introduce meglio di ogni altra al suo cinema. Introduce a questo film in cui, ad esempio, nessuna dubita del matrimonio tra Paul e Gabrielle oppure delle innominabili perversioni di Charles eppure nessuno spettatore le vedrà mai, ma la loro presenza è costante e decisiva sullo schermo.

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Titolo originale: La fille coupée en deux

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Regia: Claude Chabrol

Interpreti: Ludivine Sagnier, Benoît Magimel, François Berléand, Mathilda May, Caroline Sihol, Marie Bunel, Valeria Cavalli

Distribuzione: Mikado

Durata: 115’

Origine: Francia, 2007

 

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