L’ironia è una cosa seria. Luciano Salce in mostra a Roma fino al 6 ottobre

C’è una legge non scritta che regge il mondo della cultura e dell’arte, anche quello cinematografico ovviamente: esistono gli artisti di “serie A” e quelli di “serie B”.

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Osannati da quelli che contano, i primi si godono una sorte brillante di gloria e celebrazione, ai secondi spetta invece una vita da outsider, in attesa che qualcuno, un giorno, si accorga di loro. C’è poi chi si ritrova, per scelta o per destino, a camminare a margine, muovendosi lungo il confine incerto dei generi e dei linguaggi, anticipando tempi e tendenze. In questo luogo liminare potremmo forse collocare Luciano Salce, artista poliedrico, regista, attore, personaggio di spettacolo, speaker radiofonico, scomparso trent’anni fa lasciandoci in eredità una produzione sterminata.

Dopo la retrospettiva dedicatagli alla Casa del Cinema, è una mostra inaugurata a Palazzo Firenze a Roma il 25 settembre, giorno in cui avrebbe festeggiato il compleanno, a celebrarlo.

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Lui, il più sottovalutato cineasta italiano, che con uno sguardo sempre lucido e la forza dissacrante del riso ha tentato di decostruire i vizi del nostro Paese. Contrariamente a molti altri suoi colleghi ormai perfettamente accettati nel pantheon dei Maestri, Salce continua a esserne tagliato fuori, troppo moderno e troppo sfuggente alle categorie, troppo poco schierato, costretto a espiare ancora oggi le colpe di quella pesante e leggendaria voce di un’ipotetica adesione a Salò, per non parlare dell’epiteto di «qualunquista» cucitogli per sempre addosso come una lettera scarlatta.

Il materiale raccolto dal figlio Emanuele Salce con l’ausilio di Andrea Pergolari ed il sostegno del Centro Sperimentale di Cinematografia e dell’Istituto Luce – fatto di foto, corrispondenze private, dischi e filmati – vuole allora onorare e ristabilire la grandezza di un tale regista, mostrandoci, attraverso pannelli che lasciano che il privato biografico s’intrecci con il pubblico, i successi e gli insuccessi di un grande autore, oggi imprigionato in quella maschera di Fantozzi da lui stesso creata, tanto geniale quanto riduttiva.

Sì, perché grazie a quest’immersione nella sua vita scopriamo che il «regista di Fantozzi» che tutti conoscono, prima di giungere al cinema, ha mosso i suoi primi, giovanissimi passi nel mondo del teatro, da critico inizialmente, poi come performer e drammaturgo a fianco di attori come Gassman, suo compagno all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, o del calibro di Franca Valeri, nella mitica compagnia del Teatro dei Gobbi.

Comico all’avanguardia già da allora, è negli anni dell’avventura in Brasile, dove si reca invitato dall’amico Adolfo Celi, che è libero di sperimentare, diventando un regista cinematografico di punta oltreoceano. Al suo ritorno, nel 1960, Nino Manfredi lo vuole su Le Pillole d’Ercole, sul cui set inizia il sodalizio artistico col direttore della fotografia Erico Menczer. Saranno anni molto prolifici, ricchi d’incontri e di grandi successi: nel 1961 esce Il Federale con Ugo Tognazzi come protagonista, che diventa da quel momento in poi il suo alter ego filmico. Con Ti ho sposato per allegria fa poi conoscere al grande pubblico Monica Vitti in una nuova e iconica veste comica e sexy, rinnovando per sempre quell’immagine di diva intellettuale disegnata da Antonioni.
A teatro come in radio, al cinema come in televisione, tramite la lente del comico, di un comico caustico, impietoso, satirico, lontano da quella comicità grassa tipicamente italiana – e forse per questo incompreso – è andato a demolire i falsi miti del progresso, le eredità fallaci del boom economico, le sicurezze incrollabili del Maschio italiano, esponendosi così al fuoco delle critiche provenienti dagli ambienti di destra come da quelli di sinistra.

Questi ultimi, infatti, non gli hanno mai perdonato mai il film Colpo di Stato, apparso nel 1969, costatogli una vera e propria battuta d’arresto alla carriera, che riprese poi brevemente, prima di un’irreversibile fase discendente, grazie all’incontro con Paolo Villaggio. I due, insieme, hanno creato un immaginario, un mondo iconico che è quello del Ragionier Ugo Fantozzi, scolpito nella memoria degli italiani, che si sono così trovati ad acquisire –  spesso passivamente – in dote un ricchissimo frasario filmico, un linguaggio ironico mai del tutto compreso.

 

«L’ironia è una cosa seria» recita non a caso il titolo della mostra. Certo, serissima. Sovversiva anche. Per questo è finita così spesso nelle liste di proscrizione della Cultura alta, persino in un Novecento inaugurato dall’inno futurista del «Lasciatemi divertire!». Ma i tempi cambiano, forse. Ed oggi, a trent’anni dalla sua morte si torna a parlare di Luciano Salce.

Che il Cinema Italiano stia facendo ammenda per una colpevole damnatio memoriae?

E’ presto per dirlo.

Intanto però l’appuntamento è a domani, 2 ottobre 2019 a Palazzo Firenze, pronti a scoprire o riscoprire con Franco Cordelli e molti altri ospiti, «l’Altro Salce».