Little Sister, di Kore-eda Hirokazu

Uno straordinario saggio di trasparenza, un cinema al femminile dove il mélo si mette in moto ma resta sottotraccia. 128 minuti che sembrano essere quasi la lunghissima proiezione di un sogno

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Father and Son. Ancora tra padri e figli il cinema di Kore-eda Hirokazu, tra il suo ultimo bellissimo Like Father, Like Son e il vuoto di Nobody Knows. Tra perdite, distanze, tentativi di riconciliazione. Come un diario di famiglia che sfoglia le proprie pagine indietro ed avanti, come se il cinema desse quell‘unica possibilità di saltare attraverso il tempo.

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In Little Sister sono protagoniste tre sorelle, Sachi, Yoshino et Chika, che vivono insieme a Kamakura. Dopo essere andate al funerale del padre, che le aveva abbandonate 15 anni prima, conoscono la loro sorellastra di 13 anni e decidono di prendersi cura di lei.

Tutta una vita. Come un Lelouch al limite dell’astrattezza, dove la vicenda delle quattro protagoniste si sposta anche verso delle derive da melodramma anni Trenta (tra Quattro figlie di Curtiz a Donne di Cukor) sottolineata anche dalla colonna sonora. Ma Kore-eda mette in gioco meccanismi familiari per farli galleggiare nel flusso della vita, tra lutti e rinascite (una delle protagoniste, che lavora in ospedale, è quotidianamente a contatto tra la vita e la morte), dove ogni momento diventa intimamente commemorativo. Un cinema che ondeggia, segnato dalle tracce blu della fotografia di Mikiya Takimoto (con cui il regista aveva collaborato nel precedente Father and Son) che crea l’illusione di vedere e vivere un cinema in stadi di successive e momentanee ipnosi.

little sister Kore-eda lascia muovere i suoi personaggi alla ricerca del desiderio di una gioiosa quanto impossibile pacificazione. Si sente dentro l’aria e il vento, come bisogno di un film che ha continuamente necessita di respirare rispetto agli ambienti più stretti del film precedente. Dove il paesaggio può essere tagliato dal treno che passa in mezzo alle montagne verdi, segno ricorrente nell’opera del regista giapponese in cui ognuno lascia sempre le tracce della sua presenza, anche se in silenzio.

Tutto scorre. Con piccole e grandiose fratture: la partita di calcio e i fuochi d’artificio. Come un film che cerca il suo ritmo, ma fortunatamente non lo trova. Perché Little Sister è ancora uno straordinario saggio di trasparenza, un cinema al femminile dove il mélo si mette in moto ma resta sottotraccia. Come se dovesse essere visto, anzi avvertito solo in una seconda fase. Stavolta non c’è separazione, come quella tra il fratello e la sorella e gli anziani genitori in Still Walking. Ma, in comune con quel film, i rapporti sembrano incominciare ogni volta da zero. Quindi, con una scrittura che continuamente si rimette in gioco e in discussione e in questo senso Kore-eda si dimostra ancora uno dei cineasti giapponesi più necessari, che ci mettono la tecnica e il cuore. Yasujiro Ozu non è citato, ma si sente la sua ombra. Nella tarda primavera delle foglie, nelle convivenze improvvise di Fratelli e sorelle della famiglia Toda. Una strana meteora. Inafferrabile, 128 minuti di durata che sembrano essere quasi la lunghissima proiezione di un sogno.

Titolo originale: Umimachi Diary

Regia: Kore-eda Hirokazu

Interpreti: Ayase Haruka, Nagasawa Masami, Kaho, Hirose Suzu, Otake Shinobu

Distribuzione: Bim

Durata: 128′

Origine: Giappone 2015

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