Lo spietato, di Renato De Maria

L’incipit del film ci dice già tutto. “Lo spietato” gangster Santo Russo/Riccardo Scamarcio è seduto sul terrazzo di un lussuoso attico del centro di Milano, legge distrattamente i flussi di borsa sul Sole 24 ore, ma il suo sguardo viene subito rapito dalla Madonnina (la guglia più alta del Duomo inquadrata come un miraggio dorato simile al “The world is yours” in Scarface). Siamo nel 1990, gli affari della criminalità sono sempre più intrecciati con la finanza e Santo ci viene presentato come un rampante yuppie innamorato dei bei vestiti, delle belle auto e degli orologi di lusso. Insomma a Renato De Maria bastano un paio di sequenze, un abitacolo cool e qualche dettaglio strategico per dispiegare l’immaginario di riferimento a cui la sua storia aspira. E allora via con i flashback dall’adolescenza all’età adulta: il viaggio notturno dalla Calabria a Milano, la periferia di Buccinasco come “casa” e il carcere minorile di Beccaria come “palestra”, infine il sogno di scalare la vetta della criminalità organizzata per legittimarsi come “imprenditore” solitario nella Milano che conta… perché “quando due terroni si mettono d’accordo per i mangiapolenta è finita la pacchia”.

Liberamente ispirato a Manager Calibro 9 (romanzo di Pietro Colaprico e Luca Fazzo), Lo Spietato prosegue idelamente la riflessione che Renato De Maria ha iniziato con la ducufiction di Italian gangster, spostando filologicamente il focus del suo discorso verso il puro cinema di genere – ossia il poliziottesco che in quegli stessi anni rendeva spettacolo popolare i segni della contemporaneità. La violentissima “scalata” di Santo parte infatti dal 1967 passando dalla Milano del boom (con l’ultima grande ondata di migrazione dal Sud), alla “Milano da bere anni ’80” (tra traffico di droga e sequestri di persona). Quindi la Ferrari e la casa in centro, i night club e l’arte concettuale: ogni “status symbol” (come dice lo stesso protagonista) è sciorinato con estrema e consapevole “superficialità” perchè sono solo le immagini che contano in questo nuovo mo(n)do criminale. Il cinema diventa allora il fondamentale orizzonte di riferimento per ogni scelta narrativa, iconografica e configurativa: le strade di Milano calibro 9 di Fernando Di Leo incontrano le parabole narrative dei due Scarface immerse nel sottobosco riutale di Quei bravi ragazzi (il film di Scorsese è forse il più citato in assoluto).

Dal centro alla periferia Milano diventa strategicamente un altro personaggio del film – finalmente oltre Roma e Napoli come ambientazioni più usate e abusate negli ultimi vent’anni – unendo la parabola finzionale di Santo (con tanto di finale alla Henry Hill/Ray Liotta) alla cronaca italiana d’epoca. Perché a De Maria non interessa troppo approfondire i caratteri o tentare un discorso sociocologico/morale sugli stessi (almeno in maniera diretta), ma semplicemente ri-attraversare oggi quegli stessi umori cinematografici lasciando allo spettatore il piacere di trarre qualsiasi conclusione. Da questo punto di vista Lo spietato è perfettamente in linea con il caotico “catalogo” Netflix che tenta di riscrivere le regole dell’immaginario popolare partendo proprio dai segni fluttuanti del passato rivisti in una velocissima playlist montata a ritmo di musica (una colonna sonora piena di cult d’epoca).

E allora: Santo sposa una ragazza cattolica calabrese (Sara Serraiocco), ha un’amante francese che ama l’arte contemporanea (Marie-Ange Casta) e contamina costantemente il suo accento passando da frasi come “assettete qua” con i capi del clan, al “uè testina!” con gli amici milanesi, sino al “ça va sans dire” ripetuto con la sensuale Annabelle… una scalata sociale che diventa anche un divertito e divertente gioco linguistico. Il film, va detto, non ha certo la forza di aprire squarci antropologici alla Scorsese e tantomento parabole epiche alla Sergio Leone, ma ha l’intelligenza di non confrontarsi mai con i propri modelli dichiarati giocando la carta del puro divertissement – con un efficace Scamarcio sopra le righe e due attrici perfettamente in parte – e piazzando anche un paio di esilaranti scene da commedia nera (il matrimonio girato con perfetti tempi comici). Insomma Lo spietato maneggia bene il vocabolario visivo del gangster movie aspirando a un cinema medio di genere che vuole prima di ogni cosa intrattenere il pubblico del XXI secolo con le armi codificate dell’immaginario popolare… ça va sans dire.