#Locarno68 – Bulle Ogier, la minima distanza tra teatro e cinema

È la giornata di Bulle Ogier, Pardo d’oro alla carriera consegnato ieri sera. Arriva con gli occhiali da sole e poi si mette quelli da vista, si sorprende per la numerosa presenza del pubblico per un incontro alle 13.30 (“pensavo fosse più interessante vedere qualche film, mangiare o fare un riposino”) e lancia qualche divertita stoccata a figure come Paris Hilton (“È la star di tutti i festival ma non si capisce cosa abbia fatto. Per fortuna a Locarno non è venuta”).

Nel corso della sua carriera l’attrice francese, che proprio l’altro ieri ha compiuto 76 anni, ha interpretato oltre 100 film, legando il proprio nome soprattutto al cinema di Jacques Rivette, Marguerite Duras e Barbet Schroeder con il quale è sposata. Dal legame con il musicista Gilles Nicolas ha avuto invece la figlia Pascale, la giovanissima interprete di Le notti della luna piena di Eric Rohmer morta a neanche 26 anni per un attacco cardiaco neanche due mesi dopo la vittoria della Coppa Volpi come miglior attrice al Festival di Venezia. Ha anche lavorato, tra gli altri, con Manoel de Oliveira, André Téchiné, Luis Buñuel, Philippe Garrel, Rainer Werner Fassbinder, Xavier Beauvois, Jacques Audiard, Alain Tanner, Claude Lelouch, Werner Schroeter, André Delvaux, Raoul Ruiz e Olivier Assayas.

L’incontro, moderato da Jean-Michel Frodon, ripercorre alcuni dei momenti fondamentali della sua carriera. E per Bulle Ogier (nome d’arte di Marie-France Thielland) è l’occasione di viaggiare sul filo della memoria ma anche di parlare della tecnica e di come può cambiare, se cambia, da film a film, da regista a regista o dal teatro al cinema.

bulle ogier in l'amour fou

 

Gli inizi

Non avevo l’intenzione di fare l’attrice e sembravo più orientata verso la pittura e la musica. Mi sono sposata molto giovane, ho divorziato presto e ho fatto diversi lavoretti. Avevo collaborato anche con Coco Chanel anche se con lei mi annoiavo. Per me è stato fondamentale l’incontro con Marc’o con cui ho iniziato a fare l’attrice nella pièce Les idoles e poi nell’adattamento cinematografico del 1967 assieme a Pierre Clementi. Lui ci faceva leggere molti testi interessanti tra cui gli ultimi surrealiati come André Breton. Ma è stato soprattutto importante per come ha cambiato il tipo di recitazione a teatro; voleva infatti che l’attore fosse creativo e non al servizio del testo. Les idoles ha avuto successo ma a un certo punto Marc’o ha deciso di mollare e andare in Italia a fare politica con Volonté.

Jacques Rivette e l’improvvisazione

Mi aveva già chiesto di lavorare con lui in La religiosa in una parte secondaria. In L’amour fou del 1969 ha portato sul set tutto il gruppo di Marc’o e quindi lavorare in un gruppo già affiatato è stato più facile. Jacques ci chiedeva spesso di improvvisare ma dietro c’era comunque una sceneggiatura precisa. Inoltre ci faceva vedere spesso i film di John Cassavetes e Ingmar Bergman. In quest’ultimo caso mi nutrivo non solo delle sue opere ma anche del modo con cui lavorava con le attrici. Oltre al maestro svedese, amava molto spesso parlare anche di Hitchcock e Minnelli. In Céline et Julie vont en bateau, dove ero il fantasma di Juliet Berto, ci aveva chiesto di leggere Henry James da cui poi ha preso degli estratti.

Il cinema degli anni ’60

Quando ho visto Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg in Fino all’ultimo respiro è stato uno choc. Alla fine di quel decennio avevo anche collaborato con André Téchiné per il suo primo lungometraggio, Pauline s’en va. Abbiamo iniziato le riprese nel 1967 poi sono finiti i soldi e quindi l’abbiamo terminato nel 1969. Nel frattempo André era cambiato ed era entrato in analisi. Poi c’è stato anche il ’68 di mezzo.

bulle ogier

Marguerite Duras

Con lei non ci sono regole. Marguerite, essendo una scrittrice, misurava tutte le parole. Con lei ho imparato a dirle nel modo più profondo e reale possibile dando però spazio anche alla loro componente ludica e farsesca. Sulla scena a volte chiudeva gli occhi e mi diceva: “Mi interessa soprattutto ascoltarti”.

L’esperienza con Fassbinder in La terza generazione

La prima scena era quasi sempre quella buona. Iniziavanmo le riprese alle 8 di mattina e finivamo alle 5 di sera. A Berlino, con 25° sotto zero. Quando il film uscì in sala, pensavamo che forse aveva esagerato ma invece, rivedendolo qualche anno più tardi, non lo ha fatto. Sul set metteva spesso gli attori maschili in competizione tra loro. Quando veniva a trovarmi a Parigi, si rivolgeva a me in tono molto amichevole e mi parlava in inglese. In Germania invece mi parlava solo in tedesco. Lui e Lelouch sono stati comunque gli unici che facevano le riprese tenendo loro stessi la macchina da presa in mano.

bulle ogier

Nuove generazioni

Un regista a cui sono particolarmente vicina è Xavier Beauvois. Era l’assistente sul set di Mon cas di de Oliveira e mi rivolgevo a lui per ogni esigenza. Mi diceva che avrebbe voluto fare il regista. Pensavo che non ce l’avrebbe fatta oppure cambiato idea. Invece poi nel 1995 mi ha chiamata per il suo primo lungometraggio, N’oublie pas que tu vas mourir.

Tra arte e vita

In ogni personaggio c’è sempre qualcosa di se stessi. Questo è ciò che ci ha insegnato la Nouvelle Vague. Nel corso degli anni, e soprattutto negli ultimi tempi, ho invece imparato a comporre anche perchè recentemente mi vengono proposte donne molto anziane, spesso malate, a volte quasi morenti. Purtroppo il tempo ci mette faccia a faccia con il nostro cambiamento. O ci si adegua o si interrompe la carriera per lasciare al pubblico un’altra immagine come nel caso di Greta Garbo e Brigitte Bardot.