#Locarno68 – Lezioni di metodo: Walter Murch

Il celebre montatore e tecnico del suono, a Locarno per il Vision Award Nescens, è salito ieri in cattedra per una lezione. Cita Victor Fleming e tra i modelli emerge Curzio Malaparte

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“La parola montaggio non è bella ma rende l’idea di qualcosa di costruttivo”. Sale in cattedra Walter Murch, qui a Locarno per il Vision Award Nescens dove si è potuto vedere anche il suo unico film diretto come regista, Return to Oz del 1985. È al festival per la prima volta ed è rimasto incantato dallo schermo di Piazza Grande a cui ha scattato delle foto che ha mostrato nella lezione di ieri pomeriggio al PalaVideo in una sala stracolma.

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Tra gli innovatori della tecnica del suono nella New Hollywood (da Non torno a casa stasera a Il padrino da L’uomo che fuggì dal futuro ad American Graffiti), ha spesso legato il suo nome a quello di Francis Ford Coppola e da La conversazione ha iniziato anche ad occuparsi del montaggio. Ha vinto tre Oscar, due per Il paziente inglese (montaggio e suono), uno per Apocalypse Now (suono). Tra gli altri importanti film montati da lui ci sono Giulia (1977) di Fred Zinnemann, Ghost (1990) di Jerry Zucker, K-19 (2002) di Kathryn Bigelow e Jarhead (2005) di Sam Mendes. L’ultimo suo lavoro è stato Tomorrowland. Il mondo di domani (2015) di Brad Bird.

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Tra le varie slides che ha presentato ieri pomeriggio, è partito da una frase di Victor Fleming del 1939 – nel suo anno di grazia quando uscirono sia Via col vento che Il mago di Oz– che sottolineava come un ‘buon montaggio fa sì che venga realizzato un buon film’ e un ‘grande montaggio può far anche sembrare che il regista non possa esserci per niente”. Mostra poi altre immagini di come sia cambiato il suo lavoro dalla pellicola al digitale e il tipo di macchine che usa, le sue foto ai tempi di Apocalypse Now e di Return of Oz, il metodo con degli ordinatissimi pannellini su Tomorrowland, il modo in cui viene scelta un determinata inquadratura con un’immagine di Philip Seymour Hoffman in Ritorno a Cold Mountain fino al presente con l’utilizzo di Adobe Premiere CC.

gene hackman in la conversazioneWalter Murch analizza dettagliatamente le specifiche tecniche. Il rapporto tra il materiale che viene inserito in un film e quello tagliato è di 1 minuto contro 199 scartati. Poi cita una sua intervista fatta a una rivista di poesia dopo il montaggio di Il paziente inglese in cui ha detto che è il montatore del film traduce il film dalla lingua originale (la sceneggiatura) alle immagini. Ed ecco che a sorpresa cita uno dei suoi modelli: Curzio Malaparte. Parla dell’incontro con lui avvenuto a Lione (Murch ha anche studiato italiano a Perugia nel 1963) e soprattutto cita come modello le sue poesie sia per spiegare che cos’è il Big Bang (non ha mai nascosto la sua passione per la cosmologia) e soprattutto come esempio del ritmo delle parole delle sue poesie che, nella disposizioni, possono essere simili al ritmo creato dal montaggio di quelle di un film. Murch, che ha tradotto alcuni scritti di Malaparte nel volume The Bird That Swallowed Its Cage, ha analizzato specificatamente la sua poesia Sonnambulismo del 1955 guardandola prima in italiano e poi in inglese.

Dal suo primo film montato, La conversazione, ha avuo una reazione viscerale contro il montaggio classico hollywoodiano e superando anche il concetto ejzensteniano. “Passo da una scena all’altra – ha detto – seguendo il movimento – e non lo posso spiegare a parole perché è una cosa molto istintiva”. C’è un principio generale: “Bisogna cercare di muoversi come su un albero dove c’è una continuità tra un ramo e l’altro”. Infine, fondamentale, la reazione del pubblico: “Noi costruiamo delle navi – ha detto – che vanno nell’Oceano. Cerchiamo di farle il meglio possibile ma possono comunque anche andare incontro alla tempesta. Ecco, per il film l’Oceano è il pubblico”.

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