#Locarno68 – Marco Bellocchio ricorda i suoi ‘pugni in tasca’

Il regista a tutto campo. Parla prevalentemente del suo folgorante esordio di 50 anni fa, ma attraversa perifericamente anche parte del suo cinema. Tra la follia, i ciak ripetuti, gli attori…

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Ieri sera il grande evento: la versione restaurata del folgorante esordio di Marco Bellocchio, I pugni in tasca, che quest’anno copie 50 anni. Oggi invece il regista, a Locarno per il Pardo d’onore Swisscom, ricorda alcuni passaggi fondamentali della sua opera prima ma il suo percorso spazia anche attraverso il suo cinema successivo con un accenno brevissimo al suo prossimo film, Sangue del mio sangue, che sarà in concorso al prossimo Festival di Venezia.

È Ferragosto ma piove. Sempre più insistentemente. Bellocchio ride, ha freddo. Ieri però il maltempo che ha caratterizzato buona parte della giornata di ieri, ha risparmiato la proiezione di I pugni in tasca in Piazza Grande. Con il bianco e nero che l’ha illuminata tutta, con i volti di Lou Castel e Paola Pitagora che sembravano ombre sempre più giganti che andavano oltre la Piazza.

 

lou castel in i pugni in tascaL’ESORDIO

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Lou Castel non era un attore ma un ragazzo mezzo svedese e mezzo colombiano che al Centro Sperimentale voleva fare dei corsi di regia. Lui nel film era in parte se stesso. Paola Pitagora era bellissima e, a differenza di Castel, aveva una formazione più tradizionale. Non so quanto hanno capito della sceneggiatura (forse neanch’io l’avevo capita troppo) e si sono buttati. Più che sulla scrittura con loro ho cercato un rapporto fatto prevalentemente di sguardi. Tutta la troupe era giovanissima, quasi tutti ventenni. E quella che allora era la Banca Commerciale ci diede 20 milioni con cui abbiamo fatto tutto il film. Era stato girato a Bobbio e avevamo utilizzato due case: una che sembrava una villetta svizzera e una più borghese in città.

 

OMICIDIO

Per uccidere qualcuno uno un minimo sforzo lo deve fare. Il personaggio di Lou Castel non voleva fare neanche quello. Se avesse potuto, avrebbe ucciso anche solo con la forza del pensiero. Lui voleva eliminare madre e fratello disabile facendo il minimo indispensabile. Quando il pubblico, alla proiezione a Locarno di I pugni in tasca, aveva visto il dito con cui il suo personaggio spinge nel burrone la madre, aveva reagito con delle risate isteriche.

 

lou castel e paola pitagora in i pugni in tascaLONDRA E IL CENTRO SPERIMENTALE COME COLLEGE

Il soggiorno a Londra ha influito a livello di maturità. Roma mi sembrava ormai una provincia e il Centro Sperimentale un college dove le pause prevalevano sullo studio. Per me quella è stata comunque un’esperienza fondamentale. Londra per me significava qualcosa di inglese. Lì ritrovai un amico del Centro, Enzo Doria, paparazzo nell’epoca della ‘dolce vita’, che voleva fare il produttore. E lì era nata la prima stesura di I pugni in tasca. Mio fratello Piergiorgio, che aveva chiesto il prestito in banca, dopo aver letto la sceneggiatura mi disse che il film era una schifezza. Seguivo comunque un’altra strada rispetto al Free Cinema che guardava alla correttezza del rapporto con la realtà. Uno dei film inglesi che poi mi avev colpito, anche se successivo a I pugni in tasca, è Family Life di Ken Loach, la quintessenza del disagio inglese.

 

ANTIMANIERISMO

Nella scelta delle inquadrature ho sempre rifiutato il manierismo e l’ispirazione ai dipinti, come invece faceva per esempio Pasolini. Al tempo stesso però posso dire di essere stato influenzato sia dal cinema sia dalla pittura impressionista. I disegni che faccio prima di un film sono preventivi, quasi protettivi. Poi quando vado sul set me ne dimentico. Rivedendo ieri I pugni in tasca mi sono accorto che forse oggi alcune inquadrature le avrei illuminate diversamente. Ultimamente collaboro per la fotografia con Daniele Ciprì con cui mi trovo molto bene. Anche perché lui è un regista.

 

MORRICONE

Nel cinema a volte si collabora per degli strani incroci o conoscenze. Morricone vide una copia muta di I pugni in tasca e ne rimase entusiasta. Non era ancora la celebrità di oggi ma si era comunque affermato. Lui collocò le musiche, che erano molto ispirate, in modo perfetto.

 

DOPPIAGGIO

Tutti gli attori erano stati doppiati tranne Paola Pitagora che si è doppiata da sola.

 

paola pitagora e lou castel in i pugni in tascaLA CASA

È uno spazio fondamentale del mio cinema. Forse perché ho vissuto molto in casa (ride). La casa rappresenta il ‘guardare dall’interno’, lo ‘stare dentro’ ed è lì che c’è una follia esplodente. Chiudere le finestre. La casa, le camere da letto…è qualcosa che ho vissuto molto.

 

LA FAMIGLIA

Quella di I pugni in tasca è una famiglia molto particolare e irreale. La mia famiglia non era così anche se c’era qualcosa che la ricordava. Se questo film ancora oggi produce delle emozioni è perché è staccato dal contesto realistico-sociale. I pugni in tasca l’ho rivisitati successivamente in Gli occhi, la bocca (la tragedia di mio fratello) e soprattutto in L’ora di religione.

 

SCRITTURA

Nello scrivere la sceneggiatura di I pugni in tasca non mi sono posto il problema della forma. Uno a 25 anni si chiede: “Ma chi sono, cosa voglio fare?” Ma a differenza di oggi, nella gioventù di allora non c’era quella disperazione sul futuro.

 

DIGITALE

Non sono di quelli che dicono: “Se non ho la pellicola, non giro”. Col digitale, con questa ‘roba qui’ se l’immagine è bene, va bene.

 

marco bellocchio sul setRAPPORTO CON GLI ATTORI

L’ideale sarebbe quello di scrivere un soggetto e una sceneggiatura sapendo già chi interpreterà i personaggi. A me è capitato solo raramente, mi viene in mente il caso di Sergio Castellitto per Il regista di matrimoni. Faccio pochi provini, anche se questi, nella loro brutalità, sono l’unico modo per scegliere gli attori. Un tempo gli attori italiani ignoravano il provino con un atteggiamento aristocratico. Poi hanno visto che i loro colleghi americani lo fanno senza problema e allora anche i nostri ci si sono adeguati.

 

RIPRESE/RIPETIZIONI

Non faccio molti take. Dopo 4/5 ciak mi stufo. Alcuni colleghi arrivano a 50, anche a 100. Beh, mi sembra un’assurdità anche per il fatto che poi bisogna rivederli tutti. Chi gliela fa (ride). La teoria di fare tanti takes può funzionare perché poi l’attore alla fine non ne può più, è stremato e allora diventa più libero. Così al 100° ciak fa la scena in modo sublime. A me però non è mai capitato.

 

RESTAURO

Il negativo di I pugni in tasca era ancora in buono stato. C’era solo qualche scarica elettrica e i neri erano diventati solo un po’ grigi. Il sonoro è rimasto mono ma ora è più chiaro. C’erano delle macchie e bande bianche che poi sono state eliminate.

 

lou castel e paola pitagora i pugni in tascaACCOGLIENZA DI I PUGNI IN TASCA

Ci sono state reazioni di stupore ma anche entusiastiche. Ne rimase colpita anche una certa stampa di matrice cattolica. Il film girò poi il mondo ed io ero totalmente impreparato a questa visibilità. E da quell’accoglienza mi ci sono voluti diversi anni per rimettermi in equilibrio. Il ’68 mise in discussione la mia identità di arista borghese che, all’epoca, pensavo dovesse essere cancellata. Grosso errore.

 

MATTI DA SLEGARE

A Parma c’era un assessore che era molto coinvolto con tutte le esperienze psichiatriche fuori il manicomio. Un grande industriale delle cucine ci diede poi i soldi per fare questo film. Personalmente conoscevo molto bene la follia ma il manicomio, nella classe borghese come la mia, era qualcosa che faceva molta paura.

 

L’ARCHIVIO

Nasce come necessità espressiva per Buongiorno, notte. Il mondo esterno è la televisione. E la combinazione tra quello che avevo girato io e il materiale d’archivio è stata quasi naturale. Nel film si vede, per esempio, il discorso di Luciano Lama ma abbiamo usato anche i cinegiornali sovieici di Dziga Vertov.

 

CINEMA ITALIANO

Oggi il cinema italiano non mi sembra morto ma invece molto vitale. Qui a Locarno c’è in concorso Pietro Marcello che stimo tantissimo. Poi ai David di Donatello quest’anno ci sono stati 49 opere prime. Nel 1965 avevo esordito solo io. Il mio stupore è che ancora oggi ci sia tanta gente che vuole fare il regista. Qualcuno forse vuole prendere questa strada per incontrare belle donne. A parte gli scherzi, è faticosissimo. Poi c’è il cinema da esportazione. Carlo Ponti mi diceva che col cinema dovevamo esportare l’Italia e mi faceva l’esempio del Grana Padano. Alcuni colleghi poi sono marciati con la dicitura ‘il regista Premio Oscar’. Però poi ci sono registi che invece, pur con un cinema di respiro internazionale, sono rimasti sempre in Italia. Il grande Fellini è uno di questi.

 

IL SACERDOTE DI BUONGIORNO, NOTTE

Ho saputo della storia, raccontata da Cossiga, della presenza del sacerdote che aveva confessato Aldo Moro la notte prima dell’omicidio troppo tardi. Altrimenti l’avrei messa sicuramente nel film.

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