Love Life, di Kôji Fukada

In concorso a Venezia 79, il cineasta giapponese imbastisce un intreccio di relazioni amorose, paternità e filiazioni reali o acquisite, per dirci che il dolore non si può superare con educazione

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Quante lingue si incontrano all’interno di Love Life, il nuovo film di Kôji Fukada? I personaggi parlano giapponese e coreano, e quando qualcosa nella traduzione sembra perdersi, si affidano alla lingua dei segni come veicolo interculturale (uno dei protagonisti è un uomo sordomuto) – in più, la vicenda attraversa i codici della musica popolare e tradizionale, quelli del gioco da tavola e le chat del videogioco online, e i pixel dei filmini familiari in verticale. Su tutte, svetta la lingua della luce, quei riflessi che il compact disc appeso fuori dal balcone fa balenare sulle pareti della casa dove non è più possibile veder scorrazzare il piccolo Keita. Non è un caso che Love Life si apra, coi toni della commedia, sulle prove per far funzionare una coreografia di cartelli che formano la parola “congratulazioni”, ancora un alfabeto da ricostruire, da leggere da lontano: il fulcro del film sarà proprio quello di riuscire a individuare i segni, anche quando la vita ti mette alla prova, e non c’è nessuna reale Fede a fornire una chiave di lettura possibile.
In Concorso a Venezia 79 dopo il premio vinto a Cannes per Un Certain Regard con Harmonium, Kôji Fukada imbastisce un gruppo di figure intrecciate tra di loro da relazioni amorose, paternità e filiazioni reali o “acquisite”. Costruisce così un’impalcatura che rischia spesso di caracollare dietro la sequela di svolte drammatiche e interventi del fato, così come di ammiccare un po’ troppo con qualche ruffianeria “simpatica” (gattini, suore che fanno karaoke…): lo salva forse la capacità di catturare lo spazio che i vari personaggi scandiscono nelle distanze che disegnano e nei gesti che compiono l’uno verso l’altro, gli interni e i cortili condominiali sembrano mutare di dimensione con l’alternarsi del respiro del film, e su tutto svetta l’utilizzo dell’elemento acquatico come simbolo di rinascita e connessione con una dimensione “altra” (dalla vasca da bagno dove accade l’irreparabile, alle numerose docce dei personaggi, dalla traversata marittima che i protagonisti compiono ad un certo punto, fino alla pioggia che cade sulla sequenza “liberatoria” del matrimonio).

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Nella ricerca di una gestione essenziale, quotidiana, di una condizione così inaccettabile come la morte di un proprio figlio di solo sei anni, Fukada sembra patteggiare per i personaggi che non hanno alcuna intenzione di sottostare al diktat sociale per una accettazione del dolore compita, sobria, privata (si veda la sequenza nella camera ardente): è un po’ la stessa maniera con cui il regista manda avanti il suo film, fatto di piccole accensioni con cui l’impianto minimal si lascia andare a istanti di urlo sincero e benedettamente sgraziato, come a dirci che non può esistere una maniera educata per fare i conti con le proprie emozioni, e che il processo attraverso cui si passa per superare alcune vicende crudeli della vita non potrà certo lasciarci indenni.

 

Titolo originale: Rabu raifu
Regia: Kôji Fukada
Interpreti: Fumino Kimura, Kento Nagayama, Atom Sunada, Hirona Yamazaki, Misuzu Kanno, Tomoro Taguchi, Tetsuda Shimada,
Distribuzione: Teodora Film
Durata: 123′
Origine: Giappone, Francia 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.3
Sending
Il voto dei lettori
3 (7 voti)
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