Lucy in the Sky, di Noah Hawley

Dopo l’osannato remake seriale, Fargo, e il sottovalutato ma altrettanto pregevole Legion, ispirato al potente mutante schizofrenico (figlio di Charles Xavier) della Marvel, il visionario autore Noah Hawley sceglie per il suo esordio alla regia di andare in controtendenza alla sua carriera, almeno sulla carta. Lucy in the Sky rilegge infatti la storia vera dell’astronauta Lisa Nowak, rifacendosi in particolare agli sconvolgenti fatti di cronaca che hanno coinvolto la donna nel febbraio del 2007, ad Orlando, in Florida.

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Eppure, nonostante una forte aderenza al reale del materiale di base, Hawley trova il modo di far sua la nota vicenda della Nowak, costruendo una pellicola che anzi fa proprio della dialettica tra verità e finzione, tra ordinario e straordinario, il motore che muove l’intero apparato narrativo e tecnico della pellicola. E allora chi ha amato i suoi lavori precedenti, potrà scorgere con personale compiacimento il riconoscibilissimo stile dello sceneggiatore statunitense.

Proprio come accade con il David Haller di Dan Stevens (che ritroviamo qui nelle vesti del marito della protagonista) in Legion, è la complessa e conflittuale psicologia della Lucy Colla di Natalie Portman a dettare modi e tempi della messa in scena. Se nel primo caso si è di fronte ad un mutante disturbato e schizofrenico che nasconde però un potere tanto enorme da sconvolgere il pianeta, qui al contrario è la facciata dura e forte sfoggiata da Lucy al mondo a celare, invece, una profonda fragilità interiore. La Portman gioca un ruolo essenziale in questo senso, col suo volto innocente e limpido trasformato stavolta, oltre che da un look ostentatamente androgino, da un accento e un parlato fermo, coriaceo e all’apparenza glaciale.
È questa la base di partenza di un personaggio che dopo essere stato nello spazio deve vedersela con la spaventosa impressione di aver raggiunto il proprio apice, tanto professionale quanto e soprattutto personale; che dopo aver visto l’immensità della Terra con i propri occhi, arriva a chiedersi, dopo essere tornata, se ha senso ancora la vita di tutti i giorni. Come già suggerisce il richiamo all’iconico brano dei Beatles, Lucy ha “il sole negli occhi”, “la testa tra le nuvole”, cosa che però contrasta con la sua natura estremamente razionale, quella che l’ha aiutata ad emergere e ad affermarsi in una realtà tanto competitiva e dominata dagli uomini, mandandola quindi in crisi.

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Ed è probabilmente per sfuggire a simili criticità che la protagonista decide di abbandonarsi all’attrazione nei confronti dell’affascinante Mark Goodwin (ispirato al collega della Nowak, William Oelefein, con cui l’astronauta aveva una relazione), interpretato da Jon Hamm. Il legame con Goodwin sancisce innanzitutto la sua “entrata nel club”, ossia in quella ristretta élite di persone che è stata nello spazio. Inoltre, a differenza del suo placido e ben più “comune” marito, lui può davvero comprendere le sensazioni che prova, il suo graduale distaccamento dalla vita “terrena”, rappresentando quindi in un certo modo la sua ancora di salvezza. Infine, come vien fuori nel dialogo che subito precede il loro primo bacio, la protagonista vede nell’uomo la prima vera opportunità per lasciarsi andare, dopo una vita passata a frenare i propri istinti, specie nel momento in cui sente di raggiunto il suo massimo traguardo.
Quello che l’attrice riesce a plasmare (con successo, almeno fino all’ultima parte) è quindi un personaggio diviso tra ragione e sentimento, seguito con un’inconsueta quanto suggestiva coesione dal regista in ogni suo turbamento fisico, emotivo e soprattutto mentale. È su di questi che Hawley, come gli si è già visto fare più di una volta nelle passate esperienze televisive, adatta il proprio sguardo, aggiornando il formato dello schermo, corrompendo i movimenti della macchina da presa, regalando ora immagini sognanti e seducenti, ora inquietanti e allucinatorie. Fino allo sfociare nel paranoico quando tutte le sicurezze di Lucy cominciano a cadere, consumandosi nei fatti noti ai giornali.

Nel ricercare i motivi dietro l’estremo gesto dell’astronauta, il film non si concentra banalmente sul tradimento in sé da parte di Goodwin, ma quanto sulla preoccupante eventualità per la protagonista di non fare più parte di quel “club”, di tornare ad essere “ordinaria” e non più “straordinaria”, proprio lei che per tutta la vita ha lottato per primeggiare. Non aiuta che la minaccia venga poi da un’altra donna, la rivale Erin Eccles col volto giovane e spavaldo Zazie Beetz (naturalmente, alter-ego del capitano Colleen Shipman) colpevole di eguagliarla se non superarla in quel mondo maschilista in cui lei aveva così faticosamente vinto.
Se la deriva di Lucy risulta, a posteriori, più che coerente e tanto interessante dal punto di vista psicologico, nel corso della narrazione manca di una certa misura, privando il terzo atto della sua fondamentale efficacia. La sensazione è che, dando (forse colpevolmente) per conosciuto l’epilogo, non si sia prestata la giusta attenzione nell’arrivarci con dei tempi più consoni. Una caduta che quindi finisce per macchiare e rendere più inconsistente del necessario l’atteso esordio di Hawley, affossato inoltre da parte della critica statunitense, nonché decisamente poco premiato al botteghino in patria. Gli inizi continuano comunque ad essere degni di nota, insomma, aspettando sviluppi (e finali) migliori.

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Titolo originale: id.
Regia: Noah Hawley
Interpreti: Natalie Portman, Jon Hamm, Dan Stevens, Zazie Beetz
Distribuzione: 20 Century Fox
Durata: 124′
Origine: USA, 2019

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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