L’ultima spiaggia, di Stanley Kramer

La fine del mondo. Come quello devastato dalla bomba atomica dove si muovono i sopravvissuti dell’omonimo film diretto da Ranald MacDougall nel 1959, proprio lo stesso anno di L’ultima spiaggia. e che in un certo mondo mettono le basi di un filone sul ‘the day after’ che si svilupperà soprattutto negli anni ’80.

Nel quarto lungometraggio diretto da Stanley Kramer, più che la devastazione, c’è l’attesa della fine. Materializzata nei luoghi diventati completamente deserti nel potente finale che prima erano attraversati dai protagonisti. Dalla stazione alla città. Sulle note del motivo di Waltzing Matilda. Dove l’incombente minaccia è segnata da un bianco e nero prima illusorio poi sempre più spettrale della fotografia di Giuseppe Rotunno.

Tratto dal romanzo di Nevil Shute, il film vede protagonisti un gruppo di sopravvissuti che, dopo il disastro atomico che ha spazzato via ogni forma di vita sulla terra, si trova in Australia aspettando la fine e che cerca le ultime emozioni della propria esistenza. Tra loro ci sono il capitano di vascello Dwight Towers (Gregory Peck) che ha perso la moglie e i due figli e vive un’ultima e struggente storia d’amore con Moira (Ava Gardner), una donna australiana dalla vita turbolenta, il tenente di vascello Peter Holmes (Anthony Perkins) che cerca il modo più drastico per separarsi per sempre dalla moglie e la figlioletta appena nata e il dottor Julian Osborne (Fred Astaire), un fisico nucleare.

Ambientato nel 1964 (il romanzo è del 1963) e realizzato nel 1959, L’ultima spiaggia è ancora oggi un film esemplare, solido e asciutto per come mostra i pericoli di un disastro nucleare. Che è stato realizzato in piena guerra fredda. E mostra anche come il cinema di Kramer sia stato sempre diretto del mostrare temi sociali come il razzismo (La parete di fango, Indovina chi viene a cena?), la guerra (Orgoglio e passione), l’Olocausto (il processo di Norimberga del 1948 di Vincitori e vinti). Soprattutto Kramer non sembra idealmente separarsi dalla sua attività di produttore che aveva caratterizzato la sua filmografia prima del passaggio dietro la macchina da presa. Il tempo che sembra scorrere lento e cadenzare ogni azione sembra quello di uno dei più famosi film che ha prodotto, Mezzogiorno di fuoco di Fred Zinnemann.

Un cinema già ‘pronto all’immersione’ (come la frase che apre il film), con una predilezione alla scena-madre che comunque risultano quasi sempre efficaci come quella dell’uomo che decide di andarsene dal gruppo e il suo ultimo dialogo col comandante. E dove del gruppo, su Gregory Peck, Anthony Perkins e Ava Gardner, resta soprattutto la grande prova di Fred Astaire. O ancora. Le illusioni di Towers che parla della sua famiglia come se fossero ancora tutti vivi. E la corsa automobilistica di Sinclair, dove sembra di stare in pista. Quasi un’estensione dell’adrenalina della vita in un mondo già finito. E infine, le immagini di una San Francisco ormai vuota, apocalittica. In un melodramma spettrale che cerca di cogliere tutto ciò che resta. Fino alla fine.

 

Titolo originale: On the Beach
Regia: Stanley Kramer
Interpreti: Gregory Peck, Ava Gardner, Anthony Perkins, Fred Astaire, Donna Anderson
Durata: 133′
Origine: Usa 1959

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