Melissa McCarthy, il corpo (cosciente) del reato

melissa mc carthy e sandra bullock in corpi da reatoLa commedia poliziesca/buddy movie in rosa The Heat arriva nelle sale italiane col titolo Corpi da reato. L’intenzione è stoltamente – inoffensivamente – ammiccante: alle silhouette storicizzate e antitetiche delle sue protagoniste e, incidentalmente, alla professione investigativa svolta con più o meno zelo dai loro personaggi. Sandra Bullock si conferma uno dei più manifesti tentativi d’imballaggio dell’industria hollywoodiana (in ogni sua traduzione nazionale): decenni passati a entrare e uscire (solo nel finale, o comunque per un magro minutaggio) dal cliché della ragazza emotivamente compressa e fisicamente piatta, l’hanno immortalata come una goffa e decorativa Miss FBI dalla carriera liceale povera di trofei amorosi. Tanto da pubblicizzare quel film dove si ritrovava promessa sposa a Ryan Reynolds per la green card come “il primo nudo integrale di Sandra Bullock”.

Melissa McCarthy è probabilmente la più grande conquista dei titolisti nostrani, che accidentalmente hanno colto l’essenza della sua prorompente presenza sul grande schermo. La responsabile del reato è lei, e le vittime dell’illecito siamo noi spettatori. Certo, Lena Dunham ha già sconvolto una consistente fetta di pubblico mostrandosi nuda e rotondamente imperfetta seduta sulla tavoletta del water o sdraiata sotto il partner sessuale di puntata in Girls, ma c’è qualcosa di più disturbante e consapevole nella esposizione cinematografica della McCarthy, che sfugge alla razionalità dello sguardo perché annidata tra i retaggi profondi del politically correct: Melissa McCarthy si/ci sta usando.

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Al di là del giovanile egocentrismo autolesionista e autoindulgente della Dunham, che dietro quella cartina geografica di tatuaggi offerta alla macchina da presa vorrebbe fornirci la cartografia della sua anima scissa. Oltre il sipario (sit)comicamente strappato sulla obesità americana femminile – guardare, a tal proposito, le situazioni di quotidiana nevrosi familiare buonista che la vedono coinvolta nella televisiva Mike & Molly: l’altra faccia della (di)sgraziata & importuna Melissa McCarthy è una morbida bambola oversize che trova l’amore alle sedute dei sovrappeso anonimi. O una mamma di Stars Hollow che impasta torte mentre pasteggia verbalmente con Una mamma per amica. Quando lo schermo s’ingrandisce, l’acqua cheta rompe i ponti assieme ai tabù sulle donne epidermicamente e moralmente sgradevoli, grette ciniche e sboccate come gli uomini cui il cinema ci ha abituati, eppure ineditamente comprensibili sorpassata la boa dei primi 45 minuti. 

melissa mc carthy in Identity ThiefLa dura verità è che la McCarthy potrebbe essere magra e funzionare in maniera ugualmente verosimile, perché il fastidio di cui si fa portatrice più o meno malata (sistematicamente meno di chi pare esteriormente “sano”) è appannaggio delle fisionomie più disparate. Eppure l’abbondanza del suo personaggio cinematografico – costruito su un tris di pellicole recenti, dichiaratamente comiche e lateralmente spigolose – amplifica il senso di smarrimento, di incomodo e di colpa del destinatario. Melissa McCarthy si scompone senza vergogna davanti alla toilette di un volo di linea come nel bagno di una boutique d’alta moda. Rigetta la sua acidità verbale e stomachevole sull’agente di polizia che la sta arrestando per disturbo della quiete pubblica. Disturba anche (soprattutto) quando riempie il pozzo (apparentemente) senza fondo della sua solitudine con le suppellettili inutili e ingombranti di una casa di bambola. E quando porta la collega Bullock nella sua casa senza finestre (ogni superficie specchiata è coperta da un cartonato da tiro a segno e altri scarti), viene naturale pensarla divorata dai cani alsaziani di Bridget Jones mentre è lei che ci sta mangiando vivi. Perché interpreta una figura femminile lucidamente deformata, perché incarna le mostruosità di una donna allo sbando (volentieri associate a gaffe corporali, esplosioni di fluidi imbarazzanti in luogo pubblico, esibizioni danzerecce sbronze e disperate, emissione di sentenze oscene con linguaggio inappropriato al più scafato scaricatore di porto remoto) e programmaticamente le riconcilia – si riconcilia – in finali che la rimettono in circolo nella commedia-mondo come la conosciamo, nello spirito meno dissacrante e più collaudato della famiglia made in the Usa (l’affetto che scatta su un tumultuoso discorso da amiche della sposa, o il rappacificamento con quell’adorabile idiota di Jason Bateman personificazione dell’ordine in Io sono tu).

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melissa mc carthy e paul rudd in Questi sono i 40Il suo corpo non è un oggetto di rottura ma un soggetto cosciente di riflessione sull’essere dirompente in una società che associa comicità a paciosità, pietismo a disagio. E allora lei ci mette a disagio, perché conosce i limiti della nostra sopportazione. Non a caso perde quando gioca pulito – in Questi sono i 40 tenta di dimostrare le sue inopinabili ragioni alla preside del figlio, ma viene ribaltata ed estenuata dall’appeal “da commercial di dolci” della coppia Rudd & Mann. Quando nell’ultimo film di Paul Feig confessa alla impacciata collega di avere un appeal naturale, mentre le taglia brutalmente la camicetta da collegiale per gettarla in braccio al grezzo criminale di turno, allude al fatto di non averne bisogno: di trucco e parrucco, di movenze da gattamorta o pantera a caccia, di quel corollario di rodata gestualità femminile che normalizza le ex bruttine del liceo o sprigiona il fascino delle belle da una vita. Il trucco di Melissa sta nel non essere normalizzabile, così da prenderci sfrontatamente in giro.