Muri invisibili (Parigi ci appartiene)

La guerra finisce quando i muri vengono abbattuti. Ma lo sappiamo bene: i muri più difficili da abbattere sono quelli invisibili agli occhi, i muri dei pregiudizi, i muri culturali.

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Quando a gennaio venne assaltata e assassinata la redazione di Charlie Hebdo, noi di Sentieri selvaggi siamo rimasti – letteralmente – senza parole. Social Network e media vari ci riempivano di immagini, slogan, hashtag, immagini e riflessioni, al punto da renderci afasici.

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10 ANNI SENZA PHILIP SEYMOUR HOFFMAN 2014/2024

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E’ una normale reazione di fronte allo sgomento, forse anche alla paura, sicuramente di fronte all’orrore che quella strage ci suscitava. Tutte le nostre parole e immagini ci apparivano vuote, inutili, banali, inutili.

Siamo rimasti in silenzio, per tornare sull’evento solo con un post del mio blog, giusto un mese dopo.

Oggi abbiamo deciso di non tacere, sì di immergerci anche noi in quel flusso mondiale di voci, immagini, parole, filmati ecc… provando a raccontare questo mondo attuale dal nostro punto di vista, che è quello, parziale e circoscritto ma meravigliosamente cosmopolita, di chi si occupa di cultura e cinema.

Ieri era venerdì 13, e come tutti gli anni a metà novembre abbiamo inaugurato l’anno scolastico della Scuola di Cinema con la prima lezione introduttiva della stagione. Fino a qualche anno fa questo era il momento “clou” dell’inizio della nostra attività annuale di formazione, ma oggi è solo il momento più affollato di studenti, perché abbiamo già inaugurato in precedenza il primo e il terzo anno, e quello di ieri era solo l’inizio del secondo anno… ma a parte queste confuse considerazioni, ogni anno ci divertiamo – mi diverto – a scegliere una sequenza, un’immagine, che possa introdurre gli studenti al nostro concetto di cinema (e di vita?).  Ovviamente è una dannata forzatura, e ieri avevo in mente che inaugurare di venerdì 13 per le culture anglosassoni/cinematografiche non è proprio ben augurante… tuttavia  sono passato sopra questo pensiero e ho scelto di mostrare quello che rappresenta per me oggi la nuova frontiera del racconto per immagini, cinema o come vogliamo chiamarlo, di oggi. Ho aperto il mio account di Netflix, e improvvisamente sullo schermo della nostra sala sono apparse le immagini, e la musica, di Sense8, l’incredibile serie tv realizzata dai Fratelli Wachowski.

Perché ho scelto di mostrare questa serie, questo racconto magnifico del XXI secolo e perché ne parlo adesso che siamo sconvolti per la strage di ragazzi e non solo nel pieno centro di Parigi (che tra l’altro, forse, è l’unica città che non appare in Sense8…).

Perché Sense8, con il suo approccio così (si)global, multiculturale, multietnico, multisessuale, multi tutto…. è esattamente quello che in questo momento viene attaccato, e che potrebbe finire stritolato se lasciamo il mondo in mano a chi predica guerra e le teorie dell’odio. Se lasciamo che le parole e le azioni vengano governate dall’impulso aggressivo, dalle teorie dell’occhio per occhio, dello “sterminiamoli”, “bombardiamoli”, “chiudiamo le frontiere”, “stato di emergenza”, ecc….

Quello che va difesa, ad ogni costo, è proprio la nostra libertà. Di passeggiare per strada, di andare al cinema, allo stadio, a un concerto, al ristorante, ovvero di goderci la vita all’interno di una comunità libera.

DESTRUCTION-OF-THE-BERLIN-WALL-IN-1989Appartengo a una generazione che non ha vissuto l’epoca, terribile, del “secolo breve”, quello delle Due tragiche Guerre Mondiali. Ho vissuto invece, per gran parte, l’epoca della Guerra Fredda, quell’equilibro del terrore che ha tenuto in scacco l’umanità sul filo della definitiva Guerra Mondiale dal 1949 al 1989. Quarant’anni di guerra diversa, più lunghi dei trenta che vanno del 1914 al 1945. Erano guerre molto diverse, che avevano le loro derive tragiche quasi sempre ai margini degli scenari occidentali. Per quanto il Vietnam può esserci sembrato vicino, l’unico vero momento di “commozione ed empatia” avvenne durante la Primavera di Praga, nel 1968, perché quei giovani che agitavano bandiere e salivano in lacrime sui carri armati russi, erano troppo simili, troppo vicini a noi, per cultura, voglia di vivere, persino per modo di vestire e, forse, di parlare. Poi anche quella Guerra, improvvisamente, è finita. Non senza strascichi e morti e dolori (come nella guerra che dilaniò l’ex Jugoslavia). Dopo di allora, come se il mondo (occidentale) non fosse capace di vivere senza guerra,  si è aperto un nuovo fronte, quello con il mondo islamico. Forse ce lo dimentichiamo ogni volta finché non ci troviamo le bombe e i morti sotto casa, ma in realtà siamo in guerra da almeno 25 anni… e da 15 in maniera fin troppo esplicita. Ma le guerre cambiano, non sono le stesse di un secolo fa. Oggi non possiamo risolvere le questioni (quali che siano) con un bombardamento,  invadendo il territorio del “nemico”. Forse però possiamo favorire che, nei nostri come negli altri Paesi, vengano abbattuti i muri.  La guerra finisce quando i muri vengono abbattuti, e non tutti i muri sono cosi visibili e palpabili come quello che ci fu a Berlino tra il 1961 e il 1989. Lo sappiamo bene: i muri più difficili da abbattere sono quelli invisibili agli occhi, i muri dei pregiudizi, i muri culturali.

paris venerdi 13Le generazioni di oggi vivono in un mondo dove la guerra  (che da sempre, ma soprattutto dal ‘900 ha fatto  stragi di civili) non è su un campo di battaglia, non è lungo un confine da contendere, ma è nelle nostre strade, nelle nostre piazze, nei nostri teatri, più ancora: nelle nostre teste.

Quando il sangue, che ogni giorno vediamo scorrere in Siria, in Libano, in Tunisia, nei barconi con i profughi, affondati vicino alle nostre coste, arriva dentro le nostre vite,  improvvisamente tutti veniamo toccati, colpiti, sconvolti.  Il sangue degli altri diventa il nostro sangue. Siamo dentro la follia della guerra.

E se in passato, delle volte, per far terminare la guerra ci voleva un esercito che si immergeva in essa per in qualche modo terminarla, fino a costringere il “nemico” alla resa (pensiamo alla 2a guerra mondiale), oggi nessuna guerra fa terminare la guerra.  Oggi, per la natura globale e terroristica, locale e mondiale del conflitto, solo la Pace può far terminare la Guerra. Ma ovviamente, a scanso di equivoci, questo non significa alzare le braccia e lasciar spazio al terrorismo.  Al contrario questo prolifera, come le peggiori malattie, proprio dove e quando ci sta la guerra. Dove ci sta, veramente, Pace, “libertà, fratellanza, uguaglianza”, non cresce la voglia di guerra.  Cresce dove le persone vivono male, non hanno possibilità.  Vivono dentro mura, più o meno invisibili, altissime. Che gli impediscono di vedere oltre.

In questo momento, se fossi nei panni di un premier occidentale, aumenterei immediatamente gli investimenti per la Cultura, non per le armi.  La cultura, un’idea e una pratica di una società libera, aperta, multiculturale, capace di discutere, confrontarsi, godere delle bellezze delle arti e della vita, è l’unica arma possibile per vincere questo tipo di guerra.  Loro adescano i giovani con la rabbia, le armi, l’inno alla morte. Sta a noi “adescarli” con la ragione, la creatività,  la cultura, la gioia di vivere.  Ma diamo possibilità a tutti di poter vivere i privilegi di essere occidentali (senza per questo voler esportare a forza le nostre forme di democrazia).

Forniamo ai giovani un modello culturale vincente. Si, come ha scritto Demetrio Salvi, questa è una guerra che si combatte con l’immaginario. E non permetterò a nessun guerrafondaio di queste ore di venirmi a dire che chi predica pace sta dalla parte dei terroristi. E’ vero, piuttosto, l’esatto contrario.

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