Nella tana dei lupi, di Christian Gudegast

Nel tubine #Metoo e affini è quantomeno coraggioso uscire con un prodotto vecchio stile, dove le donne vivono di bidimensionalità e muscoli e pallottele schizzano fuori dallo schermo

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Gli azzardi sono quasi sempre i benvenuti, soprattutto se dieci, vent’anni fa non li avremmo mai definiti tali. Nella tana dei lupi è a tutti gli effetti un azzardo, e se non ne conoscessimo la genesi, primissimi anni duemila, come lo stesso Gudegast ci racconta, saremmo ancora più divertiti, perché produrre e soprattutto distribuire il gemello cinematografico di Sports Illustrated nell’epoca della caccia alla progenie di Weinstein è quantomeno rischioso.

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Il plot è più esile di un ago, come se in questo caso importasse. Due compagini, squisite nel rovesciamento del cliché: i fuorilegge capitanati da Ray, puliti, meticolosi, insomma un esempio di disciplina paramilitare, e la squadra speciale anticrimine, con le fattezze, l’abbigliamento, le abitudini di quel crimine tipico di Los Angeles. Big Nick/Gerard Butler, capo dei “buoni” ne è l’emblema: canotta, giacca di pelle, viso gonfio, troppi bicchieri o magari troppi schiaffi di quella moglie che se lo lascerà alle spalle nel corso dei 140 minuti del film; spesso seduto, le poltrone degli strip club devono essere accoglienti, e l’adozione di una prassi investigativa quantomeno discutibile. Come lui, più o meno, si presentano i subalterni. In quest’immaginario riflesso, lo scopo dei gangster è rapinare la Federal Reserve Bank, Gudegast ha ammesso che la spinta motrice del film, oltre al primato della città degli angeli di capitale delle rapine, è stata una foto scattata proprio in quella banca, l’immagine di una vasca-caveau piena zeppa di banconote. Big Nick, dopo la fulminea perdita di un collega nella primissima scena, avrà un motivo in più per rimboccarsi le maniche e sventare il colpo.

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Nella tana dei lupi è testosterone iniettato in vena, da qui la controversia. Uscire con un prodotto altamente di genere, che non ha nulla a che fare con il The Town di Affleck che, nonostante la trama affine, indulgeva in caratterizzazioni maschili e soprattutto femminili tridimensionali e per così dire contemporanei, le donne di Gudegast sono o lascive o isteriche o mute e ubbidienti, fatta eccezione per bambine e ragazze. Per gli appassionati e appassionate di muscoli tesi e sudati, barbe incolte, ruvidezza/rozzezza, magistrali sparatorie, le sequenze tecnicamente più curate, un sonoro degno di un poligono/stadio e l’inevitabile twist di cui non riveleremo il padre perché l’anticipazione è matrigna, questo film è perfetto. Chiaro che il riferimento principe sia l’Heat di Mann, ma tutta la struttura è lucidamente scevra di elementi concettuali, vuole l’incastro in una catena sul viale del tramonto, e quindi si presta, apertamente, a canoni predefiniti. Da qui anche la totale assenza di ironia. Nella tana dei lupi deve prendersi sul serio, altrimenti cadrebbe in quel pozzo sterminato di crime-action in cui nessuno è davvero pericoloso, nessuno è davvero buono, nel quale perfino i prodotti più approssimativi tentano di sfondare gli argini del genere, ma a cui spesso difetta il giusto DNA certificato.

 

Titolo originale: Den of Thieves
Regia: Christian Gudegast
Interpreti: Gerard Butler, Pablo Schreiber, 50 Cent, O’Shea Jackson Jr., Brian Van Holt, Eric Braeden, Maurice Compte, Evan Jones, Jordan Bridges, Lewis Tan, Mo McRae, Michael Papajohn, Dawn Olivieri, Kaiwi Lyman, Meadow Williams
Distribuzione: Universal
Durata: 140′
Origine: USA, 2018

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