Nightingale (Low Life): James Gray su migranti, serie tv e crisi del cinema americano

Marion Cotillard e Joaquin Phoenix in NIGHTINGALE: parla James Gray

Parla del suo ultimo attesissimo Low Life, ovvero Nightinghale (ma probabilmente si tornerà al primo titolo) storia di un'innocente immigrata polacca che scoprirà la metà oscura del sogno americano, con Marion Cotillard, Joaquin Phoenix e Jeremy Renner. Ma anche di John Ford e Michael Mann, di produzioni mainstream e di serie tv, fino alla critica cinematografica attuale e alla crisi del cinema americano contemporaneo. La decostruzione della narrazione, così di moda, non gli interessa: per lui la cosa più importante è ancora raccontare una storia. Così James Gray, intervistato da ThePlaylist al 12° Festival International du Film de Marrakech, dove è stato ospite in qualità di giurato.

Marion Cotillard e Joaquin Phoenix sul set di Nightingale (Low Life)Gray racconta che il film nasce da alcune foto di vecchie diapositive che suo padre aveva acquistato alla fine del 1970. Alcune documentavano un viaggio a Ellis Island, luogo di approdo di migliaia di migranti. "Oggi è una specie di museo, ma mio padre ci ha portato me e mio fratello nel '76, appena fu riaperto dopo la chiusura di decenni. Niente era stato toccato, al punto che a terra c'erano ancora i moduli per l'immigrazione. Sembrava quasi di poter vedere i fantasmi di quelle persone. Non appena ci ha messo piede mio nonno, che è passato per Ellis Island nel 1923, è scoppiato a piangere".

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Gray inizia a documentarsi e scopre le storie di alcune donne emigrate da sole o separate dalle proprie famiglie. Da qui viene la scelta di mettere al centro del film una figura femminile. "La loro vita spesso è stata molto difficile, e finora nessun film ne aveva parlato. Il 40% dei cittadini degli Stati Uniti hanno parenti che sono entrati da Ellis Island, eppure è un tema rappresentato solo in una manciata di film – la scena iniziale di Il Padrino II e la fine di America, America di Elia Kazan".

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La scelta della protagonista, Marion Cotillard, è avvenuta quasi per caso:

Marion Cotillard sul set di Nightingale (Low Life)"All'inizio non avevo idea di chi fosse Marion Cotillard. Ero a a Parigi per Two Lovers, un pubblicista mi ha presentato Guillaume Canet, e l'ho trovato incredibilmente divertente. Lui mi ha detto: "devi conoscere la mia ragazza" ed ecco questa donna che sembrava uscita da un film muto, una sorta di Pola Negri o qualcosa del genere" racconta il regista.
"Ho chiesto chi fosse, e lui mi fa: Non conosci la mia ragazza? Ha vinto un Oscar [per La vie en rose, ndr], sei scemo? Bè, ho scritto il film per lei, senza averla vista prima sullo schermo. Ha quel genere di viso per cui potrebbe anche non dire nulla… è una cosa molto rara".  Gray ha continuato a mantenere rapporti di amicizia e collaborazione con Canet, collaborando anche alla sceneggiatura del suo ultimo film Blood Ties, polar con la Cotillard, Billy Crudup, Clive Owen e  Matthias Schoenaerts.
 

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Quanto a Joaquin Phoenix, per la quarta volta in un suo film, Gray rivela di non aver apprezzato particolarmente alcune scelte dell'attore, durante il "caso" sfociato poi in I'm still here.

"Ero davvero arrabbiato con lui, per essere onesto. Io penso che Casey [Affleck] abbia fatto una scelta stupida, ma non sta a me giudicare. Comunque, ho deciso che non potevo prendermela più di tanto: Joaquin è un attore meraviglioso, e attori straordinariamente brillanti come lui non crescono sugli alberi.[…] Non so se dopo questa esperienza sia più forte, ma credo lui pensi di essere più forte. Per quanto mi rigurarda, il vero salto di qualità si è visto tra The Yards e I padroni della notte: da allora si è impegnato nel lavoro con costanza, in modo impressionante, totale".
 

Marion Cotillard e Joaquin Phoenix in Nightingale (Low Life)Gray ricorda anche l'emozione della presenazione a Venezia del suo primo film, Little Odessa, del 1994: "All'epoca ero inesperto, viziato. Ho creduto che la proiezione fosse stata un disastro. Poi mi hanno detto che avevo vinto. Così sono risalito in aereo, Monica Vitti mi ha consegnato il premio dandomi bacio sulla guancia e io mi sono detto: ecco, hai 24 anni, e la Vitti ti bacia, allora è così che funziona! Poi il sogno è finito..."
 

Nella seconda parte della conversazione, particolarmente interessante, Gray – più amato in Europa che negli Stati Uniti – ammette di essere particolarmente apprezzato soprattutto in Francia, piuttosto che nella sua patria, ma cerca le ragioni in una più generale crisi del cinema americano:

"In realtà io non mi sono mai allontanato dal cinema americano, è il cinema americano mainstream che si è allontanato da me. Penso di essere un regista molto americano… anche se forse avrei dovuto lavorare nel 1976". E prosegue citando i suoi numi tutelari: " Il mio è un tentativo di continuare il lavoro di registi americani che adoro, come Francis Ford Coppola, Martin Scorsese, Robert Altman, Stanley Kubrick. Narrazioni impegnate miscelate con le atmosfere che provenivano dal Giappone o dal cinema asiatico in generale e con la profondità dei temi tipica del cinema europeo… perchè il cinema americano era questo! anche se oggi l'abbiamo perduto"..

Jeremy Renner è Orlando il mago in Nightingale (Low Life)Interrogato sulla sua rappresentazione di una sorta di tabù americano, quello delle differenze sociali, Gray scherza: "Mia moglie è convinta che io sia ossessionato dalla lotta di classe, probabilmente è vero". E aggiunge: "Credo che derivi dal sentirsi un reietto, crescendo come un goffo ragazzo proletario in un quartiere di case a schiera, senza alberi, a due sole miglia da una grande ricchezza, iniziando a percepirsi come un estraneo. […] In realtà il tema è presente in molti film americani, si pensi a tutti quelli di John Ford. Anche l'idea di Vertigo ha a che fare con le classi sociali, l'idea di immaginare una versione sempre più elaborata di Kim Novak pur di rinnovarela propria ossessione… oggi è diverso. Voglio dire, che discorso sociale puoi trovare in un fuckin' Spider-Man?"
 

Gray fa anche un'osservazione molto interessante sulla critica cinematografica come specchio e conferma della crisi del cinema americano:

"Mi fa piacere leggere le conversazioni tra A.O. Scott e Manohla Dargis [New York Times], trovo che siano molto eruditi, mi piace quel che scrivono. Ma a volte sento come un sottotesto, come se cercassero di convincere loro stessi e gli altri che non lo stato del cinema attuale non è poi così male. E un tema cruciale che nessuno dei due ha mai realmente affrontato, e che non ho mai visto affrontare altrove, è la scomparsa inquietante del "mezzo". Il che non vuol dire la produzione media, che è dappertutto. Ma c'è un cinema interessantissimo molto piccolo, e film enormi con stupendo materiale visivo, ai quali però manca la verità, come avrebbe notato Truffaut".

Gray porta due esempi a sostegno della sua teoria: "Toro Scatenato non avrebbe mai potuto essere un film a basso budget, e oggi nessuno se ne occuperebbe. Forse l'ultimo esempio di film sostenuto da una grossa scala di produzione è The Insider di Michael Mann. Mi piace molto. Dentro c'è una grossa produzione, ma anche verità".
 

In un certo senso il pubblico del cinema mainstream è scomparso, sostiene Gray, migrando verso la televisione.
 

Marion Cotillard e Joaquin Phoenix sul set di Nightingale (Low Life)"Oggi in America si fa una tv superba – non fa per me, ma già il formato di due tre ore è perfetto, perchè replica il nostro ciclo esistenziale: nascita, vita, morte. Ma non è la stessa cosa del cinema, che "gonfia" l'architettura della storia, e in questo risiede buona parte del suo fascino. Con la tv, ci si crogiola ordinando cibo da asporto, ci si siede davanti allo schermo, e per quel breve momento, provi piacere. Poi però torni alla tua vita fino alla prossima settimana. Non è esattamente la stessa esperienza di un film, non vivi la stessa trasformazione. […] C'è differenza tra soddisfare le persone e manipolare il loro gusto, e credo che gli studios abbiano fatto un ottimo lavoro in questo senso. Ho fatto questa analogia molte volte, ma se si somministra al pubblico un Big Mac tutti i giorni, e poi gli si offre sushi di salmone, la prima reazione non sarà di delizia. Diranno piuttosto: 'è strano, non mi piace'.

Secondo il regista, il mutamento nel cinema americano contemporaneo non dipende esclusivamente da fattori economici o banalmente dall'obiettivo di fare soldi, ma ha a che fare con una questione più ampia che coinvolge anche le altre arti, la musica in particolare: una esasperata decostruzione narrativa. "Ammiro Jackson Pollock, o Andy Warhol, o Derek Jarman quando gira Blue. Ma per me, sostenere che non si ha bisogno di una storia è un atto di arroganza. Raccontare una storia, è ancora la cosa più importante".

RiguarJames Gray con Jeremy Renner sul set - Nightingaledo ai film che non provengono dai grandi studios, Gray si ritiene soddisfatto dalla qualità complessiva, specialmente dopo la sua esperienza di giurato, ma afferma che l'uso della macchina a mano e dei dispositivi digitali a suo avviso è diventato troppo comune, e banalizzato. "Troppi cercano di rifare ciò che hanno già fatto brillantemente i Dardenne".

Ma ciò che manca veramente al cinema contemporaneo è "un impegno emotivo, un'aderenza appassionata al contenuto, una sincerità. Viviamo in tempi ironici, distaccati, ci sentiamo più intelligenti dei personaggi del film". Un po' lo stesso spirito delle riflessioni fatte da David Foster Wallace in merito alla "tossicità" dell'ironia nella comunicazione e nella narrativa moderna. "Una volta c'era un approccio quasi francescano al cinema, si pensi a La strada, un film che non si pone mai con superiorità verso i personaggi che racconta".
 

Il produttore di Nightingale è Greg Shapiro (The Hurt Locker, Zero Dark Thirty) che in un recente masterclass tenuto a Zurigo racconta: "Sei sempre in lotta tra il tentativo di compiacere lo studio e sostenere il regista. Per quanto mi riguarda, la responsabilità più importante è verso il regista". Con Shapiro, Gray ha in programma anche un nuovo progetto: un film biografico su Steve McQueen, con Jeremy Renner nei panni del protagonista.

La conversazione completa con James Gray