Oltre i corpi estranei. Incontro con Mirko Locatelli e Filippo Timi

filippo timi in i corpi estraneiA introdurre il campo, subito dopo la proiezione, è il fondatore e presidente della Fondazione Magica Cleme, una associazione che si occupa di portare svago e divertimento a bambini e genitori coinvolti in percorsi ospedalieri complessi. La Fondazione ha supportato la realizzazione del film, a ulteriore dimostrazione di come I corpi estranei affondi lo sguardo in un territorio fragile, quello del dolore e della speranza di un genitore messo di fronte a un figlio piccolo con tumore. Come risulta evidente dalla visione, e come precisa subito anche il regista, Mirko Locatelli, I corpi estranei rifugge però la commozione e il dispiegamento ricattatorio del dolore, il suo centro è altrove. Il lavoro che lui e la co-sceneggiatrice e compagna Giuditta Tarantelli hanno cercato di fare in fase di ideazione e scrittura è in sottrazione: la storia di Antonio, padre con famiglia al Sud, salito nella grigia Milano per sottoporre il figlio ancora piccolo a un periodo di esami e operazioni in ospedale, segue la storia da una distanza pudica, che predilige le attese, i momenti morti, e quindi fa intravedere, più che mostrare.

 

Per Mirko Locatelli questo era un aspetto fondamentale. La sua scelta, anche stilistica, è quella di aderire al personaggio principale, questa figura di padre ombroso e sperduto, seguendolo dappresso, come perno utile a raccontare l'universo incontrato nell'ospedale, sempre un passo dietro a Filippo Timi, il protagonista, senza sovrapporsi al suo percorso. La macchina da presa non svela per prima ciò che deve succedere, ma lo fa scoprire agli spettatori solo in un secondo momento, appena dopo Filippo Timi. Il regista ha scelto allora di costruire il film come una serie di pianisequenza, in cui al montaggio del campo-controcampo è preferita una sinfonia di movimenti liberi: questo per rendere lo smarrimento trattenuto del genitore.

Mostrare il dolore sarebbe stato ricattatorio, oltre che poco etico, spiega Filippo Timi. “Se avessimo preso la strada del dolore,” racconta, “anche a livello attoriale sarebbe stato impossibile procedere. Il dolore di un genitore che deve affrontare un'ingiustizia come quella di un figlio con una malattia così grave sarebbe tale da distruggere tutte le certezze. L'unica strada sarebbe stata quella di fermarsi a un urlo di diniego, continuato all'infinito”.

jaouher brahim in i corpi estraneiPer questo I corpi estranei si trasforma in un film di attese, filtrate attraverso lo sguardo di Antonio, costretto a circumnavigare in luoghi sconosciuti tra una visita e l'altra. Ed è in questo stato di apnea che incontra gli altri personaggi, ed è costretto ad aprirsi almeno un poco con loro. In particolare incrocia un ragazzo di origine araba (il giovane Jaouher Brahim, non professionista, al suo esordio), in ospedale per la convalescenza di un amico, con cui instaura subito un rapporto conflittuale, denso di pregiudizi. Per Locatelli è questo lo snodo centrale: la malattia è un fattore democratico, che può colpire tutti indistintamente, per questo l'ospedale può diventare un luogo di democratizzazione dei sentimenti. Il protagonista, Antonio, secondo il regista, è un uomo trattenuto, che tiene tutto dentro, e quindi è incapace di aprirsi agli altri – chiunque essi siano, a maggior ragione se stranieri, diversi per antonomasia. La convalescenza del figlio è anche occasione per un contatto di conoscenza tra lui e l'altro, il ragazzo arabo.

Giuditta Tarantelli rivela come il nucleo di base del racconto sia ispirato a fatti reali (un padre meridionale costretto a passare lungo tempo in ospedale con il figlio), mentre lo svolgimento è frutto di fantasia, con la scelta consapevole di escludere dall'equazione medici, incontri con dottori e la struttura ospedaliera, per concentrarsi solo sul protagonista, perso in una serie di non-luoghi (non solo l'ospedale, ma anche le strade di notte, la macchina in cui si rifugia, il mercato rionale in cui cerca lavoro clandestino).

Mirko Locatelli conferma che gli spazi del film assurgono a quarto protagonista, oltre ad Antonio, suo figlio e il ragazzo arabo, e contribuiscono a ricreare questa atmosfera di attesa spezzata in cui sembra di doversi richiudere in sé stessi. Anche la scelta di presentare un universo essenzialmente maschile è voluta e ricercata, per mettere in mostra lo spaesamento dei maschi del presente.

Filippo Timi spiega che aveva suggerito di aggiungere una scena in cui il suo Antonio ha delle fantasie su una infermiera, per mostrarne la debolezza, il desiderio represso, ma il girato è stato poi tolto dal montaggio finale, per preservare il senso di oppressione. Questo rigore, che emerge anche dalle parole controllate di Locatelli, aiuta in effetti a far emergere a pieno regime i nuclei portanti del film, donandogli un afflato internazionale che esula dall'usuale contesto di denuncia patinata italiano e guarda al cinema europeo, in particolare francese e belga, come conferma il regista stesso, citando Bruno Dumont e i fratelli Dardenne.